CCNL DIRIGENTI: + 4.160 euro l’anno e 6.337 euro di arretrati

Lo scorso 6 agosto è stato definitivamente sottoscritto il CCNL dei dirigenti dell’Area Istruzione e Ricerca 2022-2024. Insieme ad alcuni miglioramenti che riguardano la mobilità interregionale, le sanzioni disciplinari, il periodo di prova, la fruizione di ferie e permessi per lutto, è previsto un aumento di 320 euro lordi mensili, con arretrati che ammontano a 6.337,82 euro, per i ds in servizio al 31.12.2023.
Arretrati che sommandosi a quelli relativi al CCNI 2020-2023 e al CCNI 2024-2025 dovrebbero avvicinarsi – secondo le stime dell’ANP – alla cospicua cifra di 14.000 euro lordi.

I soliti sindacati firmatari esprimono soddisfazione a cominciare dall’ANP, che raccoglie oltre il 44% dei ds e che rivendicava ancor prima di questa sottoscrizione «aumenti negli ultimi anni di gran lunga superiori a quelli di tutti gli altri dipendenti pubblici (+19,24% contro una media del 9,18%)». Con questa recente ammissone dovrebbe finalmente concludersi la polemica sulle retribuzioni, iniziata oltre 10 anni fa con un articolo pubblicato sul blog la letteratura e noi, che tanto aveva disturbato qualche dirigente scolastico.

In quell’articolo, e come ora tardivamente confermato anche dallo Staff nazionale ANP, veniva semplicemente sottolineata la sensibile differenza economica relativa al riconoscimento delle diverse “professionalità” operanti nella Scuola pubblica: ATA, docenti e dirigenti. Si trattava di una semplice constatazione: dal 1990 il potere d’acquisto delle retribuzioni dei ds era aumentato quasi del 20% mentre quello di docenti e ATA era diminuito della stessa entità.
Era, e continua a essere, la più evidente e concreta manifestazione di come la Scuola si stesse trasformando da quando – dagli inizi degli anni ’90 – si era aperta la stagione delle cosiddette “privatizzazioni”, che aveva coinvolto anche il rapporto di lavoro nelle pubbliche amministrazioni, e che nella Scuola aveva poi trovato il proprio compimento nella mai abbastanza criticata “Autonomia scolastica”.
La Scuola da Istituzione pubblica, luogo di «libera espressione culturale del docente» in cui provare a garantire «attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni» [art. 1, d.lgs. n. 297/1994] per contribuire a realizzare il principio di uguaglianza sostanziale contenuto nell’art. 3 della Costituzione, doveva diventare una «quasi-impresa» che agisce in un «quasi-mercato» in cui un leader/manager garantisce il raggiungimento degli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità imposti dal ministro di turno, con una funzione servile nei confronti dello strapotere dei soggetti economici.

In questi ultimi 10 anni la situazione è ulteriormente peggiorata e con questi aumenti [che, peraltro, riguardano il triennio 2022/2024, a cui quindi dovranno ancora aggiungersi quelli del CCNL 2025/2027] i dirigenti superano oggi del 22% la rivalutazione dei loro stipendi del 1990, mentre ATA e docenti perdono fino al 30%!

Insomma, siamo di fronte alla sostanziale conferma della tendenza all’allargamento della forbice retributiva tra dirigenti e personale che negli anni ha ridisegnato la fisionomia della Scuola pubblica, replicando anche al suo interno quello schema gerarchizzante che già tanto male fa a tutte le pubbliche amministrazioni, ma ancor di più nel settore dell’istruzione dove la cooperazione “tra pari” è l’unica presupposto per rendere efficace il suo funzionamento.

Al di là di qualsiasi considerazione, resta il fatto inoppugnabile, che i/le docenti italiani/e a metà carriera percepiscono tra le più basse retribuzioni nei 39 sistemi educativi presi in considerazione dalla ricerca Eurydice Teachers’ and school heads’ salaries and allowances in Europe del 9.7.2026 [solo la Turchia riesce sempre a fare peggio], mentre i dirigenti scolastici neoassunti si collocano sempre ai primi posti, talvolta superati dal solo Lussemburgo.

A margine di queste semplici constatazioni, qualche ulteriore riflessione.
Dentro le nostre scuole, durante la contrattazione d’istituto relativa ai compensi accessori di docenti e ATA [art. 11, comma 4, lett. c2), c3) e c4), CCNL 2025], quasi tutti i ds si oppongono fieramente alla possibilità di un’attribuzione egualitaria di queste risorse che, è bene ricordarlo, non sono soldi aggiunti al contratto, ma sono invece sottratti al «trattamento fondamentale» [art. 77, CCNL 2007] delle retribuzioni di tutto il personale, dimenticando che il lavoro nella Scuola è un lavoro efficace solo se collaborativo e che quindi rischia di essere pericoloso e controproducente pensare di attribuire compensi per imponderabili “meriti” individuali.
D’altronde, di questa “individualizzazione” il ministero se ne è fatto paladino arrivando ad aggiungere al proprio nome il termine «merito», che spesso nasconde dietro di sé il perpetuarsi, se non l’accentuarsi, delle diseguaglianze già esistenti.

Ebbene, contraddicendo questa supposta battaglia “meritocratica”, l’agguerrita ANP si vanta di aver ottenuto per i ds una «retribuzione di posizione e di risultato uniformata a livello nazionale», con «aumenti della retribuzione di posizione a favore di tutti i dirigenti scolastici e non solo per alcuni» e con una «retribuzione di risultato garantita per l’80% con soli 31 punti su 100». Ma si sa: una cosa è difendere i propri particolari interessi, altro è avere dei princìpi generali per cui lottare .

E se a questo aggiungiamo che la valutazione – “partecipata” – dei ds per l’a.s. 2024/2025 ha dato un punteggio superiore gli 80/100 in ben 6.114 casi su 7.099 [oltre l’86%, mentre solo lo 0,1% ha riportato una valutazione negativa], è evidente che ci troviamo di fronte a una singolare forma di “meritocrazia”, quella che in fondo auspicheremmo, ma che i ds continuano a osteggiare dentro le scuole: se “merito” c’è, non può che essere il “merito” di tutti e tutte.

In conclusione, mentre i sindacati firmatari di questi contratti continuano a lamentarsi delle differenze stipendiali che ancora sussistono tra i dirigenti scolastici e gli altri dirigenti pubblici [altro esempio tipicamente italiano di retribuzioni spropositate] chiedendone a gran voce l’equiparazione, a noi non resta che auspicare che, al di là dello smarrimento che serpeggia tra docenti e ATA, tante colleghe e colleghi decidano finalmente di opporsi a queste politiche e alle scelte economiche che ne derivano e che fanno cassa sulla pelle di chi lavora. Proviamo insieme a frenare questa deriva.

È necessario che docenti e ATA lottino per condizioni di lavoro più rispettose e per retribuzioni adeguate, perché la qualità dell’istruzione dipende anche dal riconoscimento economico di chi quotidianamente costruisce il sapere e le relazioni dentro le nostre scuole.

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