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  • GIORNALE N° 5 COBAS SCUOLA settemnbre/dicembre 2018

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ESAME DI STATO: UN’ULTERIORE BANALIZZAZIONE

È VERAMENTE “NUOVO” L’ ESAME DI STATO DEL GOVERNO LEGA-CINQUE STELLE?

NO all’ulteriore banalizzazione dell’esame

NO a stravolgimenti in corsa

Ritiro dei decreti

La domanda posta non è irrilevante se si vuole comprendere il significato di questa ulteriore riforma apportata al sistema d’istruzione in cui, come accade nel nostro paese, i governi in carica rivendicano il valore delle loro scelte politiche presentandole puntualmente come un novum.
Diciamo da subito che di novum non si tratta e che la riforma dell’esame delle scuole superiori non è nient’altro che il compimento della legge 13 luglio 2015, n. 107 (la cosiddetta “Buona Scuola” di Renzi) e del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62 approvato dal governo Gentiloni.

Che non si tratti di un novum d’altronde è lo stesso ministro Bussetti a sostenerlo se afferma: “Non è nuova maturità perché è presente all’interno del decreto legislativo del 2017. Noi l’abbiamo aggiustata”.
Non ci aspettavamo niente di diverso, noi che non abbiamo mai creduto alla propaganda del governo in carica quando dichiarava di volere addirittura cancellare l’intera legge 107. Sull’Esame di Stato la legge non è stata cancellata, ma portata a compimento, ponendo al centro del percorso di formazione la didattica per competenze, la standardizzazione dell’insegnamento e della valutazione, l’alternanza scuola-lavoro. Per cui il sistema d’istruzione sarà orientato a formare individui funzionali alle esigenze delle imprese e del mercato e non più cittadini consapevoli, autonomi nel pensiero e nell’azione, soggetti in grado di decodificare la realtà e di incidere su di essa.

La nostra critica al nuovo Esame di Stato pertanto rientra a pieno titolo nella nostra opposizione complessiva al totale smantellamento della scuola pubblica, in passato mezzo di emancipazione sociale e strumento di esercizio di partecipazione politica e di democrazia, per tanti e tante.
La novità rimarcata dal ministro, la millantata eliminazione dell’alternanza scuola-lavoro e delle prove Invalsi (in realtà come requisiti di ammissione per ora sono stati solo prorogati all’anno prossimo), non è elemento sufficiente a modificare questo giudizio.

L’alternanza scuola-lavoro, cacciata dalla porta dei requisiti per l’ammissione e giustamente ridimensionata nel quantitativo di ore obbligatorie, rientra infatti dalla finestra del colloquio, la cui seconda parte sarà incentrata, non a caso, sulla discussione intorno alle esperienze di alternanza; inoltre, le attività di alternanza entrano nel curriculum dello studente.

Quanto all’Invalsi, la proroga del relativo svolgimento come requisito di ammissione all’esame risulta ben poco significativa se si considera che la somministrazione dei quiz di Italiano, Matematica e Inglese in quinta resta “attività ordinaria” (come ha ribadito una circolare Invalsi del dicembre 2018); inoltre, la standardizzazione dei processi di valutazione nell’ottica di una didattica per competenze è rafforzata dall’imposizione di griglie nazionali standardizzate per la correzione delle prove scritte. Infine, resta confermato che i quiz Invalsi non servono solo alla valutazione di sistema, ma anche alla valutazione individuale degli studenti (con i conseguenti effetti retroattivi sulla didattica); infatti, è rimasto in vigore l’art. 21 del d.lgs n. 62/2017, che prevede che gli esiti individuali delle tre prove entrino nel curriculum dello studente, allegato al diploma, “per attestarne i livelli di apprendimento e di competenze” e che le Università, nella loro autonomia, possano usarli per decidere dell’ammissione nei corsi a numero chiuso. L’imposizione della didattica delle competenze, attraverso la svalutazione delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive e critiche degli studenti, giunge a compimento con un esame che è costruito sull’evaporazione delle “materie” e dei saperi disciplinari. Viene imposta retroattivamente – modificando l’esame finale dei corsi di studio – una restrizione della libertà di insegnamento e un disciplinamento del lavoro dei docenti, mirato ad una didattica ministeriale, quella delle competenze, che è già fallita dove è stata imposta da anni, in particolare negli USA e nel mondo anglosassone.

A proposito di prove scritte

Che conoscenze e capacità cognitive non siano più l’obiettivo del nostro sistema d’istruzione lo si evince anche dall’eliminazione della terza prova già prevista dal governo Gentiloni. Non abbiamo nostalgie per una prova che era stata presentata come interdisciplinare e che ben presto si è rilevata una sommatoria di quesiti a risposta aperta sugli argomenti più disparati, e nei casi peggiori un quizzone a crocette, ma la sua eliminazione comunque determina una svalutazione dei contenuti delle materie non oggetto delle due prove scritte residue. Nella stessa direzione va l’eliminazione della traccia di argomento storico dalla prima prova scritta, anche qui con l’effetto retroattivo della svalutazione della storia. Non a caso il linguista Serianni, presidente della commissione che ha elaborato i nuovi quadri di riferimento per la prima prova, ha esplicitamente dichiarato che la modifica della prova finale serve per costringere i docenti a riorientare la didattica degli anni precedenti dalle conoscenze alle competenze.

Infine, per la seconda prova scritta sono previste prove miste su due discipline, la cui fusione e prevedibile semplificazione risulta assolutamente “calata dall’alto” ad anno scolastico inoltrato e senza alcun coinvolgimento dei docenti e nessuna considerazione, né alcun riscontro nel percorso formativo degli allievi. A tale scopo il Ministero ritiene sufficienti simulazioni programmate per i mesi di febbraio e aprile che saranno pubblicate sul sito del MIUR nei giorni previsti a conferma della volontà di condizionare la didattica attraverso la valutazione, in piena continuità con i precedenti governi con “buona pace” del tanto sbandierato “cambiamento”.

Rischiatutto sbarca al colloquio dell’Esame di Stato!

In passato il colloquio partiva dalla cosiddetta “tesina” proposta dallo studente o dalla studentessa.
Dal punto di vista psicologico, trattandosi di un lavoro preparato dal candidato, questa modalità aveva il pregio di rassicurarlo in un momento che spesso è caratterizzato da tensione e ansia. Modalità che comunque poteva avere un valore significativo, dal punto di vista formativo, poiché con la “tesina” il candidato aveva lapossibilità di esprimere la propria soggettività, esibire i propri interessi, elaborare in maniera autonoma e critica le conoscenze apprese nel proprio percorso di studi.
Tutto questo è stato cancellato ed al suo posto è stato introdotto un colloquio che ha i tratti del grottesco. Con il nuovo esame, infatti, i candidati saranno ridotti a partecipanti di un gioco a quiz e saranno chiamati ad estrarre una busta tra varie contenenti argomenti e documenti preparati dalla commissione esaminatrice. Per ogni classe bisognerà predisporre due buste in più rispetto al numero dei candidati in modo da farle “ruotare”, avendo cura che la stessa “batteria” non capiti a più di un candidato!
Eraclito aveva affermato che “il corso del mondo è un fanciullo che gioca ai dadi”. Con le buste al posto dei dadi i nostri maturandi affronteranno uno dei momenti più significativi e delicati della loro vita. Chi avrà più fortuna? Chi avrà meno fortuna? Il caso chi favorirà? Con quale spirito i candidati incerti sulle risposte affronteranno il resto del colloquio?
Ma, soprattutto, viene meno il ruolo della Commissione che, sulla base delle indicazioni dei membri interni e degli stessi risultati delle prove scritte, poteva strutturare il colloquio calibrandolo sulle diverse capacità cognitive dei vari candidati. Come a Rischiatutto si correrà il rischio che un percorso interdisciplinare difficile capiti a ragazzi con un curriculum incerto o che candidati con una buona preparazione non abbiano la possibilità di evidenziare le proprie capacità. Il risultato pratico molto probabilmente sarà che le Commissioni si adatteranno a preparare argomenti e percorsi semplificati, con un’ulteriore banalizzazione dei contenuti. È evidente l’obiettivo tendenziale del sorteggio e della stessa standardizzazione della valutazione: svalutare il lavoro del docente, preparando il terreno a prove a distanza programmate e gestite da un computer, come peraltro già avviene in tanti concorsi.

A sostenere e a dare fiducia ai candidati subentrerà la seconda parte del colloquio, quella dedicataall’alternanza scuola-lavoro, che ora si chiama “percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Anche se in tanti, alunni/e compresi/e, ammettono che in molti casi si è trattato solo di lavoro gratuito senza formazione effettiva e/o collegamento specifico con l’indirizzo di studio, con sottrazione di tempo alla didattica, di certo su questo tema nessuno resterà muto. Amenità, luoghi comuni, celebrazione di quest’esperienza non si risparmieranno!

Quanto alla terza parte, oggetto del colloquio saranno tematiche attinenti a “cittadinanza e costituzione”, una parte che lascia alquanto perplessi dal momento che tali tematiche, di certo importanti, fino ad ora non sono state trattate come pure avrebbero meritato, anche a causa del taglio delle ore dell’insegnamento di storia e di diritto – economia, introdotto dalla Gelmini e dalla riduzione di ore che l’insegnamento in generale, a seguito proprio della legge 107, sta subendo.
Se aggiungiamo poi che il nuovo Esame di Stato è piovuto addosso alle scuole nel mese di gennaio, dopo che per anni, e per i mesi dell’anno in corso, si è lavorato per prepararsi ad un esame finale che si svolgeva secondo modalità differenti, il quadro della sciatteria di questo governo è completo.
I Cobas, che da sempre lottano per una scuola veramente formativa, contro le insulsaggini confindustriali dei quiz, dell’alternanza scuola/lavoro, delle competenze al posto delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive, invitano docenti, studenti, genitori ad organizzarsi e a mobilitarsi contro questa pseudoriforma dell’esame di Stato, a chiedere al Ministero l’immediato ritiro dei decreti n.769 del 26/11/2018 e n. 37 del 18/01/2019 e a rivendicare l’inizio di una aperta e condivisa discussione sul cambiamento degli esami finali nel contesto di una reale riforma della scuola.

CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DELL’ISTRUZIONE

Un appello dei sindacati scuola e del mondo dell’associazionismo per fermare la regionalizzazione del sistema di istruzione

I sindacati scuola e il mondo dell’associazionismo, con l’appello che di seguito si riporta, esprimono il loro più netto dissenso riguardo alla richiesta di ulteriori e particolari forme di autonomia in materia di istruzione avanzata dalle Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, a cui sono seguite quelle di altre regioni. Si tratta di un’ipotesi che pregiudica la tenuta unitaria del sistema nazionale in un contesto nel quale già esistono forti squilibri fra aree territoriali e regionali. I diritti dello stato sociale, sanciti nella Costituzione in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente, salute, assistenza vanno garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.

È un appello alla mobilitazione rivolto al mondo della scuola e alla società civile per fermare un disegno politico disgregatore dell’unità e della coesione sociale del Paese.
L’appello sarà oggetto di discussione in tutti i luoghi di lavoro e si definiranno anche modalità di raccolta delle adesioni per quanti, singoli o associazioni, intendessero sottoscriverlo.

 

CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI ISTRUZIONE

Come è noto, le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno, tra l’altro, chiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione.

L’obiettivo è quello di regionalizzare la scuola e l’intero sistema formativo tramite una vera e propria “secessione” delle Regioni più ricche, che porterà a un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio. Si avranno, come conseguenza immediata:

  • inquadramenti contrattuali del personale su base regionale;
  • salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione disuguali;
  • livelli ancor più differenziati di welfare studentesco e percorsi educativi diversificati.

Di fatto viene meno il ruolo dello Stato come garante di unità nazionale, solidarietà e perequazione tra le diverse aree del Paese; ne consegue una forte diversificazione nella concreta esigibilità di diritti fondamentali.

La proposta avanzata dalle Regioni si basa sulle previsioni contenute nell’art. 116 della Costituzione, modificato dalla riforma del Titolo V approvata nel 2001, che consente a ciascuna Regione ordinaria di negoziare particolari e specifiche condizioni di autonomia. Fino ad oggi quelle disposizioni non erano mai state applicate, essendo peraltro già riconosciute alle Regioni potestà legislativa regionale esclusiva e concorrente in molte materie; ora invece, nelle richieste avanzate da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, gli effetti dell’autonomia regionale ulteriormente rinforzata investono l’intero sistema dell’istruzione con conseguenze gravissime. Vengono meno principi supremi della Costituzione racchiusi nei valori inderogabili e non negoziabili contenuti nella prima parte della Carta costituzionale, che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale.

La scuola non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i cittadini italiani, quali che siano la regione in cui risiedono, il loro reddito, la loro identità culturale e religiosa.

L’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca è condizione irrinunciabile per garantire uguaglianza di opportunità alle nuove generazioni nell’accesso alla cultura, all’istruzione e alla formazione fino ai suoi più alti livelli.

Forte è la preoccupazione che l’intero percorso venga gestito con modalità che non consentono un’approfondita discussione di merito, dal momento che le Camere potrebbero essere chiamate non a discutere e a valutare, ma unicamente a pronunciarsi su ciò che le Regioni richiedenti e il Governo avranno precedentemente sottoscritto; tutto ciò con vincoli giuridici decennali.

Con l’introduzione dell’autonomia differenziata, che destruttura il modello configurato dalla Costituzione Repubblicana, si portano a compimento scelte politiche che più volte negli ultimi anni hanno indebolito le condizioni di vita delle persone e della società.

A nulla valgono le rassicurazioni circa il fatto che alcune Regioni richiedenti non avrebbero in termini finanziari niente di più di quello che oggi spende lo Stato per i servizi trasferiti. Quelle Regioni insistono in realtà nel voler stabilire i trasferimenti di risorse sulla base della riduzione del cosiddetto “residuo fiscale”, cioè la differenza fra gettito fiscale complessivo dei contribuenti di una regione e restituzione in termini di spesa per i servizi pubblici.

Sarà quindi inevitabile l’aumento del divario tra nord e sud e tra i settori più deboli e indifesi della società e quelli più abbienti. In tale contesto, dunque, una scuola organizzata a livello regionale sulla base di specifiche disponibilità economiche, rappresenta una netta smentita di quanto sancito dagli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione a fondamento del principio di uguaglianza, cardine della nostra democrazia, e lede gravemente altri principi come quello della libertà di insegnamento.

La scuola della Repubblica, garante del pluralismo culturale e preposta a rimuovere ogni ostacolo economico e sociale è, e deve essere, a carico della fiscalità generale nazionale, semplicemente perché esprime e soddisfa l’interesse generale.

Un Paese che voglia innalzare il proprio livello d’istruzione generale deve unificare, anziché separare:

  • unificare i percorsi didattici, soprattutto nella scuola dell’obbligo;
  • garantire, incrementandola, l’offerta educativa e formativa e le possibilità di accesso all’istruzione fino ai suoi livelli più elevati;
  • assicurare la qualità e la quantità dell’offerta di istruzione e formazione in tutto il Paese, senza distinzioni e gerarchie.

Regionalizzare la scuola e il sistema educativo e formativo significa prefigurare istituti e studenti di serie A e di serie B a seconda delle risorse del territorio; ignorare il principio delle pari opportunità culturali e sociali e sostituirlo con quello delle impari opportunità economiche; disarticolare il CCNL attraverso sperequazioni inaccettabili negli stipendi e negli orari dei lavoratori della scuola che operano nella stessa tipologia di istituzione scolastica, nelle condizioni di formazione e reclutamento dei docenti, nei sistemi di valutazione, trasformati in sistemi di controllo; subordinare l’organizzazione scolastica alle scelte politiche – prima ancora che economiche – di ogni singolo Consiglio regionale; condizionare localmente gli organi collegiali. Significa in sostanza frantumare il sistema educativo e formativo nazionale e la cultura stessa del Paese. Questa frammentazione sarà foriera di una disgregazione culturale e sociale che il nostro Paese non potrebbe assolutamente tollerare, pena la disarticolazione di un tessuto già fragile, fin troppo segnato da storie ed esperienze non di rado contrastanti e divisive.

Per questo lanciamo il nostro appello ad un generale e forte impegno civile e culturale, affinché si fermi il pericoloso processo intrapreso e si avvii immediatamente una confronto con tutti i soggetti istituzionali e sociali.

Di fronte ai pericoli della strada intrapresa, intendiamo mobilitarci, a partire dal mondo della scuola, perché si apra un grande dibattito in Parlamento e nel Paese, che coinvolga i soggetti di rappresentanza politica e sociale e tutti i cittadini, come si richiede per una materia di tale importanza per la vita delle persone e dell’intera comunità nazionale.

Contrastare la regionalizzazione dell’istruzione in difesa del principio supremo dell’uguaglianza e dell’unità della Repubblica è un compito primario di tutte le forze politiche, sindacali e associative che rendono vivo e vitale il tessuto democratico del Paese.

Roma, 15 febbraio 2019

ADERISCI! #RestiamoUniti

Promotori:
Sindacati: CISL Scuola, COBAS, FLC CGIL, Gilda Unams, SNALS Confsal, UIL Scuola RUA, Unicobas Scuola e Università.

Associazioni: Associazione Nazionale “Per la scuola della Repubblica”, ACLI, AIMC, ANDDL, ASSUR, CIDI, MCE, UCIIM, IRASE, IRSEF IRFED, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica, Associazione “Unicorno-l’AltrascuolA”, “Appello per la scuola pubblica”, Autoconvocati della Scuola, Gruppo No Invalsi, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500, Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu.

DOCENTI “CONTRASTIVI” E PRESIDI ARROGANTI

La macchina del fango contro le/i docenti contrastive/i, talvolta, si INCEPPA

Archiviato il Procedimento Disciplinare contro l’RSU COBAS dell’IIS Moreschi di Milano

 

L’Ufficio Competente per i Procedimenti Disciplinari (UCPD), dell’Ambito Territoriale di Milano, ha archiviato un grave Procedimento Disciplinare attivato nei confronti della prof.ssa Francesca Bottigliero, docente ed RSU COBAS dell’IIS “Moreschi” di Milano.

Con il procedimento disciplinare, attivato su richiesta della Dirigente scolastica (sulla base di dichiarazioni provenienti da persone non presenti ai cosiddetti “fatti” contestati e, quindi “de relato”), veniva contestato alla docente di aver assunto una condotta contraria ai principi di correttezza e responsabilità inerenti alla funzione docente ed, inoltre, di aver utilizzato un linguaggio irrispettoso e denigratorio nei confronti di altri dipendenti e degli studenti.

Il “castello” accusatorio, assolutamente privo di alcun fondamento, e le infamanti accuse sono state spazzate via dalle risultanze probatorie dalle quali risulta, invece, che nessuna responsabilità disciplinare sia ascrivibile alla docente.

Nonostante la positiva conclusione della vicenda riteniamo, però, che subire un grave procedimento disciplinare per la sospensione dall’insegnamento sia, di per sé, una sanzione e, quindi, stigmatizziamo il comportamento dell’Amministrazione Scolastica che riteniamo non abbia preventivamente svolto una seria ed accurata istruttoria prima di contestare incredibili ed infamanti accuse dalle quali la collega è stata assurdamente costretta a discolparsi.

Riteniamo, invece, che le vere motivazioni della vicenda si possano rinvenire esclusivamente nel fatto che la nostra RSU viene ritenuta una docente scomoda e contrastiva (e tale pregiudizio è provato anche dagli atti dello stesso procedimento), che cerca di svolgere coscienziosamente ed eticamente la propria attività di insegnante, di rappresentante sindacale (RSU) e di componente del Consiglio d’Istituto.

Esprimiamo alla stimata collega la nostra più totale solidarietà per il suo lavoro e per aver dovuto subire questo incredibile procedimento disciplinare per la sospensione dall’insegnamento senza aver mai commesso alcun illecito disciplinare ed, anzi, avendo avuto nelle circostanze contestate un atteggiamento responsabile e professionalmente corretto.

La collega valuterà, ovviamente, come tutelare la propria onorabilità in tutte le sedi competenti, per le calunnie nei propri confronti e per il procedimento che ha dovuto subire.

Questo grave episodio si aggiunge ad una serie infinita di situazioni simili (aumentate a dismisura negli ultimi anni), e ciò è provato, purtroppo, da numerose vicende che hanno dell’incredibile e che sono dettate dall’unico scopo di zittire e annichilire, docenti e Ata scomodi e non disposti ad eseguire passivamente, e mettendole in discussione, decisioni prese dall’alto spesso palesemente in contrasto con la normativa vigente e, talvolta, addirittura con il buon senso.

Contro tali episodi, come in questo caso, bisogna tenacemente difendersi, reagire con fermezza e non arretrare di un passo, perché le nostre scuole devono continuare ad essere comunità educanti in cui deve essere garantita la libertà di esprimere le proprie opinioni, e la propria visione dell’educazione e dell’istruzione pubblica, e tale diritto/dovere deve essere quotidianamente esercitato e rivendicato.

In questo caso il tentativo è miseramente fallito e la macchina del fango si è inceppata.

Per un Coordinamento nazionale a difesa dell’unità della Repubblica, contro il “federalismo differenziale”

Rivolgiamo un appello a donne e uomini liberi, alle soggettività politiche e sindacali, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti che si riconoscono nei principi di uguaglianza e nell’universalità dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione.

Un appello per incontrarci e costituirci in un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica, dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale contro il federalismo differenziale.

Va avanti l’approvazione “dell’autonomia regionale differenziata”, nel silenzio generale mentre l’opinione pubblica viene distratta dall’assordante propaganda razzista e xenofoba. Senza discussione politica diffusa e all’insaputa di milioni di cittadine/i si sta per determinare nel giro di poche settimane la mutazione definitiva della nostra architettura istituzionale, la destrutturazione della nostra Repubblica.

La vicenda è partita con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017, cui ora si vuole dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale.

La Lega che ha voluto i referendum in Lombardia e Veneto oggi è al governo e pretende che il Governo dia risposte interpretando le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti. La maggioranza politica giallo verde non può consegnarsi alle istanze secessionistiche della Lega. Il Pd farebbe bene ad opporsi non solo a questa richiesta targata Lega, ma anche all’autonomia differenziata posta dalla maggioranza PD dell’Emilia Romagna, in forme solo in parte dissimili. Dal 2017, durante il Governo Gentiloni, ad oggi sulla scia di Veneto, Lombardia e Emilia Romagna anche altre Regioni si stanno attivando per ottenere maggiori poteri e risorse grazie alla sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione del 2001.

Di fronte al rischio di una “secessione dei ricchi” è necessario un coordinamento delle forze che si oppongono a questo processo per dare vita a una mobilitazione efficace per bloccarla.

Un coordinamento che chieda anche una commissione di inchiesta parlamentare, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, sull’attuale stato delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali in ciascuna Regione italiana, in modo da fotografare la situazione attuale già fortemente compromessa. Da una seria inchiesta parlamentare, tenuta anche a informare adeguatamente i cittadini, risulterebbero infatti gravi disparità fra Regione e Regione (soprattutto fra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, fra regioni del nord e del sud del Paese).

La gestione e l’attribuzione delle risorse deve restare in un ambito nazionale condiviso da tutte le regioni e dai comuni

Questa verifica aprirebbe finalmente un dibattito consapevole, basato su dati oggettivi, sullo stato dei diritti in Italia e non favorirebbe ulteriori fughe in avanti, destinate ad aggravare ancora di più le disparità fra i cittadini residenti nelle diverse regioni italiane, che nel caso della sanità sono già al limite per il SSN.

Non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione (LEP) nei diversi campi, rispetto ai quali dal 2001, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione, esiste un vuoto normativo, come denunciato più volte dalla Corte Costituzionale. Ogni scelta deve inoltre essere definita con il consenso di tutte le regioni e i Comuni, perché non è accettabile che diritti fondamentali vengano riservati ad alcune regioni e ad altre no, che le risorse vengano differenziate a danno delle aree più deboli e in difficoltà del nostro paese.

Per il sistema d’istruzione, non si tratta di prevedere i livelli essenziali di prestazione, essendo una funzione dello Stato che deve garantire il diritto allo studio fino ai massimi livelli ed è equiparabile ad altre istituzioni della Repubblica.

Riteniamo necessario che non vi debbano essere ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale e che i trasferimenti sulle materie a loro assegnate debbano essere ancorati esclusivamente a oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza.

L’Autonomia regionale differenziata non può avvenire a scapito anche delle autonomie locali, le istituzioni più vicine alla cittadinanza, in quanto le esproprierebbe di alcuni poteri a favore di nuovi carrozzoni centralizzati e inefficienti a livello regionale.

In questo contesto di grandi egoismi verrebbe soppressa l’universalità dei diritti, trasformati in beni di cui le Regioni potrebbero disporre a seconda del reddito dei loro residenti; per poterne usufruire nella quantità e qualità necessarie, non basterebbe essere cittadini italiani, ma esserlo di una regione ricca, in aperta violazione dei principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione.

In questo quadro vi sarebbe una ricaduta negativa prioritariamente sulle regioni del Sud e sugli abitanti non ricchi di tutt’Italia con la progressiva privatizzazione dei servizi.

Il Mezzogiorno viene condannato a essere privo di pari riconoscimento della cittadinanza, con ancor maggiore desertificazione degli investimenti e sempre più debole economia.

L’autonomia regionale differenziata negherebbe così la solidarietà nazionale, la coesione e i diritti uguali per tutte/i che garantiscono l’unità giuridica ed economica del paese.

Di fronte a tutto questo, vi sono le nostre ragioni, l’esigenza di un’opposizione e di una lotta politica e sociale in difesa dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale.

L’indirizzo a cui inviare le adesioni a è: adesioni.coord.noautonomiadiff@gmail.com

Promotrici/ori: Paolo Berdini, Piero Bernocchi, Piero Bevilacqua, Marina Boscaino, Loredana De Petris, Gianni Ferrara, Eleonora Forenza, Loredana Fraleone, Domenico Gallo, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Loredana Irene Marino, Roberto Musacchio, Rosa Rinaldi, Giovanni Russo Spena, Guido Viale, Massimo Villone, Vincenzo Vita

Appello per l’ASSEMBLEA NAZIONALE di domenica 10 febbraio a Macerata

APPELLO PER L’ASSEMBLEA NAZIONALE DI DOMENICA 10 FEBBRAIO A MACERATA

In Italia esiste un’opposizione al governo Lega-5Stelle. Questo è il principale fatto politico che ci restituiscono le/i centomila indivisibiliche hanno attraversato Roma lo scorso 10 novembre. Una mobilitazione che ha prodotto uno squarcio nel velo di quella “pace terrificante”, di quel “razzismo istituzionalizzato” e di quel “sordo e frustrato rancore” verso chi abita gli scantinati di questa società, che sembra regnare dall’insediamento dei giallo-verdi al potere. Un’alterità che, nonostante la propaganda dominante e sempre più di regime, esiste nella società ed ha avuto la forza di mostrarsi il 10 novembre, incarnata direttamente da tutti quei corpi che sono oggetto di politiche discriminanti e repressive: migranti, rom, sinti e caminanti, occupanti, attivisti, famiglie, donne, bambini, anziani, studenti, precari, poveri, senza fissa dimora e disoccupati.

Non una sommatoria, ma un intreccio tra esperienze territoriali in cui si pratica solidarietà, cooperazione, mutualismo e lotta sociale: un fronte solidale e unito contro il razzismo, la deriva xenofoba, le politiche di esclusione sociale del governo e contro il DL Salvini. Continua a leggere

Costituita la rete regionale SICILIA APERTA e SOLIDALE – SAS

Domenica 20 gennaio 2019, nella sede della cooperativa sociale Etnos di Caltanissetta, si sono riuniti in un’assemblea regionale una cinquantina di persone attive nel contrasto della deriva razzista che sta investendo il nostro Paese, provenienti dalle province di Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna e Palermo.

Parte dei presenti rappresentava associazioni di cui è componente.

Dopo una discussione sui temi legati al fenomeno delle migrazioni si è deciso di costituire la Rete regionale “Sicilia Aperta e Solidale” (SAS) il cui fine è di promuovere e coordinare riflessioni e iniziative contro il razzismo e a favore dei diritti fondamentali per tutti. Il metodo di lavoro adottato all’interno della SAS è quello dell’inclusione, dell’orizzontalità e della pari dignità tra i suoi aderenti.

La rete S.A.S.ritiene che siano molte le realtà presenti in Sicilia impegnate per la solidarietà e l’accoglienza dei migranti che possano essere coinvolte in questo progetto, per cui chiede a coloro che si riconoscono nelle lotte di quest’ultimi anni contro la legislazione razzista (dalla legge Turco-Napolitano al decreto Salvini, passando per la legge Bossi-Fini) e nelle esperienze virtuose (il modello Riace), di aderire e far crescere questa Rete regionale al fine di dare maggior peso al nostro agire e al nostro modo di pensare.

La SAS aderisce alla proposta dell’assemblea di #indivisibili dello scorso 16 dicembre in continuità con la grande manifestazione antirazzista del 10 novembre a Roma, consistente nella realizzazione di iniziative territoriali da tenersi dal 2 al 9 febbraio 2019, con assemblee e manifestazioni che si terranno in diverse città della Sicilia. Per avere maggiori dettagli è possibile scrivere una mail a siciliaapertaesolidale@gmail.com o collegarsi sulla pagina facebook fb.me/siciliaapertaesolidale

SICILIA APERTA E SOLIDALE

LE SCUOLE SICILIANE IN BALÌA DEL “GENERALE INVERNO”

Come ogni anno, gli Enti Locali siciliani pare siano sorpresi dall’arrivo dei primi freddi invernali e, come ogni anno, nelle nostre scuole studenti, studentesse, personale docente e ATA sono lasciati in balìa del “Generale Inverno”, costretti a frequentare aule gelide muniti di cappotti, guanti e cappelli.

Le scuole, nel nostro territorio, risentono di una cronica assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria, che gli Enti Locali giustificano con una carenza di risorse, nel frattempo la popolazione scolastica vive quotidianamente una condizione di insicurezza con impianti fatiscenti in edifici non adeguatamente riscaldati.

Il fatto che questo disagio, in questi giorni, sia coinciso con le attività di cosiddetto orientamentoe degli open day(ulteriore degenerazione di una falsa Autonomia Scolastica), ha svelato la differenza tra la Scuola vetrinapropagandata dai dirigenti e dai loro cerchi magici e la Scuola reale.

Nonostante l’assessore regionale Lagalla avesse invitato i presidenti delle Città Metropolitane, i commissari dei Liberi Consorzi e i sindaci dei Comuni siciliani “a segnalare tempestivamente particolari situazioni che pongano oggettivamente l’ente territoriale in condizioni di non potere garantire l’obbligatoria continuità del servizio”, risulta che né gli Enti Locali né tantomeno i dirigenti scolastici preposti siano intervenuti a tutela della salute e delle condizioni di chi studia e lavora in questi edifici.

Così, mentre in molte scuole primarie e secondarie di primo grado le famiglie si sono rifiutate di portare figlie e figli a lezione, in tanti istituti superiori della regione studenti e studentesse hanno risposto a questa negligenza e disinteressamento con proteste diversificate. Abbiamo assistito a interruzioni delle lezioni, assemblee e scioperi a cui – talvolta – i dirigenti hanno risposto con minacce più o meno velate, interessati a non far trapelare le effettive condizioni degli istituti che dirigono piuttosto che a garantire le essenziali condizioni di agibilità dei plessi scolastici.

La nostra organizzazione è solidale con le legittime lotte di studenti e studentesse, respinge ogni forma di intimidazione e repressione delle mobilitazioni in corso e eventualmente metterà a disposizione tutto il proprio supporto, anche legale se necessario.