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  • GIORNALE N° 6 COBAS SCUOLA marzo/aprile 2019

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APPELLO PER UNO SCIOPERO UNITARIO CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE

Appello per uno sciopero unitario contro la regionalizzazione della scuola

Il Disegno di Legge del governo Lega-5Stelle sull’Autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna porta a disastroso compimento la riforma costituzionale del Titolo V del 2001 (approvata dal governo dell’allora centro-sinistra) e intende dare a tutte le regioni che ne assumeranno l’iniziativa la competenza esclusiva su diverse materie, tra cui, oltre alla Sanità, l’Istruzione. Quest’ultima verrebbe organizzata in base alle disponibilità economiche territoriali, con uno Stato che abdicherebbe alla propria funzione istituzionale, acuendo il divario economico e sociale tra Nord e Sud, tra regioni ricche e povere, emarginando i più vulnerabili e indifesi. In base al DdL, tutte le materie oggi proprie dello Stato in merito all’Istruzione sono trasferite alle regioni: finalità, funzioni e organizzazione dell’istruzione e formazione; valutazione degli studenti (Invalsi) con indicatori territoriali specifici; percorsi di alternanza scuola-lavoro e formazione dei docenti; contratti regionali per il personale; programmazione integrata tra istruzione e formazione professionale; definizione del fabbisogno regionale del personale e sua distribuzione nel territorio; criteri per il riconoscimento della parità scolastica e dei finanziamenti; organi collegiali e loro funzionamento; istruzione degli adulti e tecnica superiore; fondo pluriennale per l’Università; trasferimento delle risorse umane e finanziarie dell’USR e Ambiti Territoriali alla regione; procedure concorsuali con ruolo regionale; percentuale del personale che si può trasferire dalle altre regioni, esclusi i DS; applicazione della disciplina del personale iscritto con ruolo regionale ai docenti non abilitati.

È facile capire che l’ulteriore e massiccia divaricazione socio-economica tra Nord e Sud comporterebbe un irrimediabile e definitivo dislivello tra le due parti dell’Italia con costi sociali elevatissimi, rischiando di abbandonare i giovani delle regioni più povere ad essere preda della malavita organizzata, che soprattutto in quei territori trova ancora manovalanza a basso costo. La regionalizzazione farebbe scomparire il carattere unitario dell’istruzione, a partire dai programmi e dal reclutamento di docenti e ATA, creando divaricazioni stipendiali tra lavoratori/trici presenti nelle stesse scuole, a seconda che siano “assoggettati” al sistema regionalistico o a quello residuale statale, con alcuni gravi interrogativi rispetto ai criteri di reclutamento, al loro inquadramento giuridico e alla posizione rispetto al contratto nazionale.

La Lega, che domina il governo, ha tratto enorme vantaggio da una politica e un’ideologia razziste, xenofobe, “securitarie”, ostili ai migranti e ai più deboli; ma il suo “core business” a Nord resta l’autonomia finanziaria ed economica come surrogato del vecchio separatismo. E dunque la Lega vuole portare al più presto a casa questa autonomia, mentre il M5S ha già abbondantemente dimostrato che, pur di restare al governo, è disposto a rinunciare ai suoi sbandierati “cavalli di battaglia”. Quindi, l’allarme deve essere massimo e le risposte forti e tempestive da parte del mondo della scuola. In particolare è decisivo che in tempi rapidi tutti i sindacati della scuola, al di là delle divergenze su altri punti, ritrovino quell’unità che raggiunsero il 5 maggio del 2015, con il più grande sciopero (pari solo a quello del 17 febbraio 2000 che cancellò il “concorsaccio” di Berlinguer) della storia della scuola italiana. Facciamo dunque appello agli altri sindacati affinché si arrivi, con l’adesione anche delle associazioni e comitati in difesa della scuola pubblica e facendo seguito al Tavolo unitario già costituito, ad una grande giornata di sciopero con la partecipazione corale del personale scolastico, oltre che degli studenti, che porti in piazza il popolo della scuola pubblica per bloccare il disastroso progetto di disgregazione del sistema scolastico nazionale.

ORDINANZA DEL TAR SICILIA CONTRO LE PERICOLOSE “CLASSI POLLAIO”

UN’ALTRA IMPORTANTE ORDINANZA DEL TAR SICILIA

CONTRO LE PERICOLOSE “CLASSI POLLAIO”

Il TAR Sicilia con l’ordinanza n. 252/2019 ha riconosciuto quanto da noi sempre sostenuto: l’eccessivo numero di alunni per classe – oltre a non garantire la qualità della didattica – viola la normativa sulla sicurezza e prevenzione antincendio e aggrava i rischi per l’incolumità pubblica.

Ancora una volta, i genitori degli studenti di un istituto superiore della provincia di Palermo, rappresentati e difesi dall’avvocata Mariachiara Garacci, sono stati costretti a impugnare un provvedimento con cui la dirigente scolastica aveva disposto “la formazione, per l’anno scolastico 2018/2019, della classe (omissis) con un numero di alunni, in presenza di disabili, eccedente e in contrasto con le disposizioni normative vigenti”.

Il Tribunale ha acquisito il dato della capienza dell’aula che ospita la classe in questione e ha verificato che questa assicura solamente“una superficie netta per occupante di 1,265 mq.”che quindi “non rispetta i limiti di densità previsti dal d.m. 18 dicembre 1975”che invece prevedono 1,96 mq per alunno nel caso di attività didattiche “normali”.

Tra dicembre 2018 e gennaio 2019 il TAR ha anche richiesto all’istituto dei chiarimenti per quanto riguarda le norme antincendio, ma anche in questo caso “nei chiarimenti resi dall’amministrazione resistente non è stato delineato il puntuale rispetto dell’art. 5 del d.m. 26 agosto 1992”che riguarda l’affollamento previsto dalle norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica.

Alla luce di queste violazioni della normativa sulla sicurezza e prevenzione antincendio, il Tribunale ha riconosciuto il diritto dei ricorrenti nonché il rischio per l’incolumità degli studenti e del personale che un eventuale ritardo potrebbe determinare e quindi ha ordinato “all’amministrazione resistente di adottare – entro trenta giorni dalla comunicazione della presente ordinanza – le misure idonee a garantire i livelli di sicurezza previsti dalla normativa”e condannato il MIUR al pagamento delle spese.

Come COBAS continueremo a sostenere il diritto alla sicurezza degli alunni e di tutto il personale e invitiamo l’Amministrazione e i dirigenti scolastici a garantire che in tutte le scuole siano rispettate almeno le condizioni essenziali di vivibilità previsti dalla normativa vigente riguardo al numero di alunni per classe e alla capienza delle aule.

“SCUOLE SICURE” O SPETTACOLARIZZAZIONE DEL CONTROLLO?

Ciò che è accaduto martedì 26 febbraio al Liceo Classico Umberto I di Palermo rispecchia un bruttissimo clima repressivo che viene instaurato con il progetto “Scuola Sicura”.

Secondo quanto riferito dagli studenti, i Carabinieri, supportati da cani antidroga, avrebbero fatto uscire gli studenti dalle classi e perquisito gli zaini. Diversi studenti, minorenni, sarebbero stati isolati dagli altri compagni e trattenuti all’interno della classe, intimiditi dagli agenti senza un reale motivo. Tutto questo sotto gli occhi del preside del Liceo che avrebbe dato il via all’operazione di polizia. Turbamento e paura hanno fatto presto a impadronirsi degli adolescenti. Ci domandiamo: questo è il modello di scuola per i nostri alunni? Questo è il messaggio educativo per le giovani generazioni? Sostituire il rapporto educativo docente/discente con il controllo poliziesco non fa parte della nostra cultura. Queste azioni criminalizzano e umiliano i nostri ragazzi ed acuiscono il disagio sociale.

Attendiamo dal dirigente scolastico del Liceo Umberto I chiarimenti sul suo operato e chiediamo al dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di intervenire immediatamente per prevenire ulteriori abusi.

I COBAS vigileranno affinché ulteriori abusi siano fermati sul nascere.

CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DELL’ISTRUZIONE

Un appello dei sindacati scuola e del mondo dell’associazionismo per fermare la regionalizzazione del sistema di istruzione

(FIRMA L’APPELLO)

I sindacati scuola e il mondo dell’associazionismo, con l’appello che di seguito si riporta, esprimono il loro più netto dissenso riguardo alla richiesta di ulteriori e particolari forme di autonomia in materia di istruzione avanzata dalle Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, a cui sono seguite quelle di altre regioni. Si tratta di un’ipotesi che pregiudica la tenuta unitaria del sistema nazionale in un contesto nel quale già esistono forti squilibri fra aree territoriali e regionali. I diritti dello stato sociale, sanciti nella Costituzione in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente, salute, assistenza vanno garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.

È un appello alla mobilitazione rivolto al mondo della scuola e alla società civile per fermare un disegno politico disgregatore dell’unità e della coesione sociale del Paese.
L’appello sarà oggetto di discussione in tutti i luoghi di lavoro e si definiranno anche modalità di raccolta delle adesioni per quanti, singoli o associazioni, intendessero sottoscriverlo.

 

CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI ISTRUZIONE

Come è noto, le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno, tra l’altro, chiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione.

L’obiettivo è quello di regionalizzare la scuola e l’intero sistema formativo tramite una vera e propria “secessione” delle Regioni più ricche, che porterà a un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio. Si avranno, come conseguenza immediata:

  • inquadramenti contrattuali del personale su base regionale;
  • salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione disuguali;
  • livelli ancor più differenziati di welfare studentesco e percorsi educativi diversificati.

Di fatto viene meno il ruolo dello Stato come garante di unità nazionale, solidarietà e perequazione tra le diverse aree del Paese; ne consegue una forte diversificazione nella concreta esigibilità di diritti fondamentali.

La proposta avanzata dalle Regioni si basa sulle previsioni contenute nell’art. 116 della Costituzione, modificato dalla riforma del Titolo V approvata nel 2001, che consente a ciascuna Regione ordinaria di negoziare particolari e specifiche condizioni di autonomia. Fino ad oggi quelle disposizioni non erano mai state applicate, essendo peraltro già riconosciute alle Regioni potestà legislativa regionale esclusiva e concorrente in molte materie; ora invece, nelle richieste avanzate da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, gli effetti dell’autonomia regionale ulteriormente rinforzata investono l’intero sistema dell’istruzione con conseguenze gravissime. Vengono meno principi supremi della Costituzione racchiusi nei valori inderogabili e non negoziabili contenuti nella prima parte della Carta costituzionale, che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale.

La scuola non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i cittadini italiani, quali che siano la regione in cui risiedono, il loro reddito, la loro identità culturale e religiosa.

L’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca è condizione irrinunciabile per garantire uguaglianza di opportunità alle nuove generazioni nell’accesso alla cultura, all’istruzione e alla formazione fino ai suoi più alti livelli.

Forte è la preoccupazione che l’intero percorso venga gestito con modalità che non consentono un’approfondita discussione di merito, dal momento che le Camere potrebbero essere chiamate non a discutere e a valutare, ma unicamente a pronunciarsi su ciò che le Regioni richiedenti e il Governo avranno precedentemente sottoscritto; tutto ciò con vincoli giuridici decennali.

Con l’introduzione dell’autonomia differenziata, che destruttura il modello configurato dalla Costituzione Repubblicana, si portano a compimento scelte politiche che più volte negli ultimi anni hanno indebolito le condizioni di vita delle persone e della società.

A nulla valgono le rassicurazioni circa il fatto che alcune Regioni richiedenti non avrebbero in termini finanziari niente di più di quello che oggi spende lo Stato per i servizi trasferiti. Quelle Regioni insistono in realtà nel voler stabilire i trasferimenti di risorse sulla base della riduzione del cosiddetto “residuo fiscale”, cioè la differenza fra gettito fiscale complessivo dei contribuenti di una regione e restituzione in termini di spesa per i servizi pubblici.

Sarà quindi inevitabile l’aumento del divario tra nord e sud e tra i settori più deboli e indifesi della società e quelli più abbienti. In tale contesto, dunque, una scuola organizzata a livello regionale sulla base di specifiche disponibilità economiche, rappresenta una netta smentita di quanto sancito dagli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione a fondamento del principio di uguaglianza, cardine della nostra democrazia, e lede gravemente altri principi come quello della libertà di insegnamento.

La scuola della Repubblica, garante del pluralismo culturale e preposta a rimuovere ogni ostacolo economico e sociale è, e deve essere, a carico della fiscalità generale nazionale, semplicemente perché esprime e soddisfa l’interesse generale.

Un Paese che voglia innalzare il proprio livello d’istruzione generale deve unificare, anziché separare:

  • unificare i percorsi didattici, soprattutto nella scuola dell’obbligo;
  • garantire, incrementandola, l’offerta educativa e formativa e le possibilità di accesso all’istruzione fino ai suoi livelli più elevati;
  • assicurare la qualità e la quantità dell’offerta di istruzione e formazione in tutto il Paese, senza distinzioni e gerarchie.

Regionalizzare la scuola e il sistema educativo e formativo significa prefigurare istituti e studenti di serie A e di serie B a seconda delle risorse del territorio; ignorare il principio delle pari opportunità culturali e sociali e sostituirlo con quello delle impari opportunità economiche; disarticolare il CCNL attraverso sperequazioni inaccettabili negli stipendi e negli orari dei lavoratori della scuola che operano nella stessa tipologia di istituzione scolastica, nelle condizioni di formazione e reclutamento dei docenti, nei sistemi di valutazione, trasformati in sistemi di controllo; subordinare l’organizzazione scolastica alle scelte politiche – prima ancora che economiche – di ogni singolo Consiglio regionale; condizionare localmente gli organi collegiali. Significa in sostanza frantumare il sistema educativo e formativo nazionale e la cultura stessa del Paese. Questa frammentazione sarà foriera di una disgregazione culturale e sociale che il nostro Paese non potrebbe assolutamente tollerare, pena la disarticolazione di un tessuto già fragile, fin troppo segnato da storie ed esperienze non di rado contrastanti e divisive.

Per questo lanciamo il nostro appello ad un generale e forte impegno civile e culturale, affinché si fermi il pericoloso processo intrapreso e si avvii immediatamente una confronto con tutti i soggetti istituzionali e sociali.

Di fronte ai pericoli della strada intrapresa, intendiamo mobilitarci, a partire dal mondo della scuola, perché si apra un grande dibattito in Parlamento e nel Paese, che coinvolga i soggetti di rappresentanza politica e sociale e tutti i cittadini, come si richiede per una materia di tale importanza per la vita delle persone e dell’intera comunità nazionale.

Contrastare la regionalizzazione dell’istruzione in difesa del principio supremo dell’uguaglianza e dell’unità della Repubblica è un compito primario di tutte le forze politiche, sindacali e associative che rendono vivo e vitale il tessuto democratico del Paese.

Roma, 15 febbraio 2019

ADERISCI! #RestiamoUniti

Promotori:
Sindacati: CISL Scuola, COBAS, FLC CGIL, Gilda Unams, SNALS Confsal, UIL Scuola RUA, Unicobas Scuola e Università.

Associazioni: Associazione Nazionale “Per la scuola della Repubblica”, ACLI, AIMC, ANDDL, ASSUR, CIDI, MCE, UCIIM, IRASE, IRSEF IRFED, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica, Associazione “Unicorno-l’AltrascuolA”, “Appello per la scuola pubblica”, Autoconvocati della Scuola, Gruppo No Invalsi, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500, Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu.

(FIRMA L’APPELLO)

FORMAZIONE SICUREZZA: LE ORE AGGIUNTIVE VANNO PAGATE

Importante vittoria dei COBAS DELLA SCUOLA per i diritti dei docenti

I corsi di formazione sulla sicurezza, se organizzati fuori dall’orario di lavoro, vanno retribuiti dalla scuola come ore di attività aggiuntive a quelle contrattualmente previste

Il Tribunale di Terni, con sentenza n. 84/2019 del 20 febbraio 2019, riconosce la piena ragione di un docente patrocinato dai COBAS che è ricorso nel 2017 contro la dirigente pro-tempore dell’IPSIA di Terni che non aveva pagato la frequenza al corso sulla sicurezza e ha condannato il MIUR e l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Umbria al pagamento delle 12 ore di formazione oltre alle spese processuali.

Un successo a tutto tondo per i docenti della scuola pubblica, che spesso sulla questione sono trattati dai dirigenti scolastici in maniera autoritaria e illegittima ma che – come ribadisce la sentenza – sono lavoratori che hanno il diritto di essere retribuiti per tutte le attività aggiuntive agli obblighi previste dal CCNL, come la frequenza ai corsi sulla sicurezza!

Nella scuola è diffusa la pratica da parte dei dirigenti scolastici di organizzare tali corsi fuori dall’orario di lavoro, in violazione della normativa vigente, dell’art 37 comma 12 d.lgs. n. 81/2008: “La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire durante l’orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori” e di pretendere la presenza dei docenti senza effettuare il dovuto pagamento delle ore del corso. Il personale ATA ha diritto a fruire di ore compensative dopo aver frequentato i corsi di formazione sulla sicurezza.

Inoltre la sentenza afferma che tali ore non possono rientrare nella formazione prevista nelle attività funzionali all’insegnamento prevista dall’art 29 del CCNL, che deve invece riguardare la formazione specifica rispetto alla professione docente e non la formazione sulla sicurezza che riguarda tutti i lavoratori.
Viene inoltre affermato quanto da tempo sostengono e rivendicano i COBAS, e cioè che i corsi sono obbligatori se organizzati durante l’orario di lavoro, quindi non sono un obbligo e nessun dirigente può pretendere la frequenza se vengono organizzati fuori dall’orario di lavoro.

Contattate le sedi COBAS DELLA SCUOLA per pretendere ed ottenere il dovuto pagamento delle ore di frequenza dei corsi di formazione sulla sicurezza e per la tutela dei vostri diritti.

PRECARIATO MAGISTRALE: I RICORSI NON BASTANO

La sentenza del Consiglio di Stato è una dura sconfitta per i/le diplomati/e magistrali

Proponiamo un’Assemblea nazionale e iniziative di mobilitazione

La sentenza della plenaria del Consiglio di Stato del 20 febbraio 2019 ribadisce quella del 20 dicembre 2017 e rappresenta una dura sconfitta per i/le diplomate/i magistrali (DM) anche in previsione del pronunciamento della Cassazione che dovrà esprimere il proprio parere entro il 20 marzo. Pur comprendendo l’enorme delusione di tutte/i i/le DM, occorre ricordare che fin dall’inizio di questa vicenda abbiamo più volte ribadito che non condividevamo l’impostazione di limitarsi alla battaglia legale, ossia di centrare la questione dell’inserimento in GAE sul possesso del titolo del diploma magistrale esclusivamente per via giudiziaria. Abbiamo invece affermato con forza che il punto centrale dovesse essere il lavoro precario, ossia porre, ai vari governi che si sono succeduti e si succederanno, la questione dell’intollerabilità di un lavoro a vita nello Stato come precari. Proprio per questo abbiamo sempre cercato di allargare il fronte di lotta coinvolgendo tutte le realtà del precariato: abilitati, laureati in Scienze della Formazione Primaria, docenti della secondaria, non abilitati ecc. convinti che si dovesse lavorare insieme per trovare una soluzione politica unitaria. In questo modo si sarebbe anche svelata l’operazione dei governi di utilizzare le contrapposizioni tra le diverse anime dei precari/e per mascherare la volontà di non prevedere un canale di assunzione che possa garantire il ruolo a chi da anni lavora con contratti a tempo determinato. E questo di fronte all’evidenza, ogni giorno più palese, della difficoltà di trovare docenti supplenti da parte della scuole, difficoltà che è chiaramente destinata a crescere con il prevedibile aumento delle richieste di pensionamento nei prossimi anni, con ancora più cattedre che dovranno esser ricoperte, alle quali si sommano quelle non assegnate nell’anno scolastico corrente. Le cattedre vuote da assegnare sono migliaia, e il governo, finora cieco e sordo di fronte alle legittime richieste di precari/e, deve prendere atto dell’urgente necessità di una soluzione per i nuovi reclutamenti prima del prossimo settembre.

Inoltre invitiamo il Miur a fornire con la massima celerità chiare indicazioni a tutti i docenti immessi in ruolo con riserva nell’anno scolastico in corso circa l’anno di prova che stanno attualmente svolgendo, comunicando loro se potranno o no portarlo a termine, ma anche precise procedure per tutti coloro che, essendo di ruolo con riserva, si trovano esclusi dalla seconda fascia delle Graduatorie d’Istituto.

Ci rendiamo disponibili ad organizzare, insieme ad altri sindacati, associazioni, coordinamenti, un’Assemblea nazionale e iniziative di mobilitazione al fine di creare un fronte unito delle/dei docenti precari concordando mobilitazioni condivise.

ESAME DI STATO: UN’ULTERIORE BANALIZZAZIONE

È VERAMENTE “NUOVO” L’ ESAME DI STATO DEL GOVERNO LEGA-CINQUE STELLE?

NO all’ulteriore banalizzazione dell’esame

NO a stravolgimenti in corsa

Ritiro dei decreti

La domanda posta non è irrilevante se si vuole comprendere il significato di questa ulteriore riforma apportata al sistema d’istruzione in cui, come accade nel nostro paese, i governi in carica rivendicano il valore delle loro scelte politiche presentandole puntualmente come un novum.
Diciamo da subito che di novum non si tratta e che la riforma dell’esame delle scuole superiori non è nient’altro che il compimento della legge 13 luglio 2015, n. 107 (la cosiddetta “Buona Scuola” di Renzi) e del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62 approvato dal governo Gentiloni.

Che non si tratti di un novum d’altronde è lo stesso ministro Bussetti a sostenerlo se afferma: “Non è nuova maturità perché è presente all’interno del decreto legislativo del 2017. Noi l’abbiamo aggiustata”.
Non ci aspettavamo niente di diverso, noi che non abbiamo mai creduto alla propaganda del governo in carica quando dichiarava di volere addirittura cancellare l’intera legge 107. Sull’Esame di Stato la legge non è stata cancellata, ma portata a compimento, ponendo al centro del percorso di formazione la didattica per competenze, la standardizzazione dell’insegnamento e della valutazione, l’alternanza scuola-lavoro. Per cui il sistema d’istruzione sarà orientato a formare individui funzionali alle esigenze delle imprese e del mercato e non più cittadini consapevoli, autonomi nel pensiero e nell’azione, soggetti in grado di decodificare la realtà e di incidere su di essa.

La nostra critica al nuovo Esame di Stato pertanto rientra a pieno titolo nella nostra opposizione complessiva al totale smantellamento della scuola pubblica, in passato mezzo di emancipazione sociale e strumento di esercizio di partecipazione politica e di democrazia, per tanti e tante.
La novità rimarcata dal ministro, la millantata eliminazione dell’alternanza scuola-lavoro e delle prove Invalsi (in realtà come requisiti di ammissione per ora sono stati solo prorogati all’anno prossimo), non è elemento sufficiente a modificare questo giudizio.

L’alternanza scuola-lavoro, cacciata dalla porta dei requisiti per l’ammissione e giustamente ridimensionata nel quantitativo di ore obbligatorie, rientra infatti dalla finestra del colloquio, la cui seconda parte sarà incentrata, non a caso, sulla discussione intorno alle esperienze di alternanza; inoltre, le attività di alternanza entrano nel curriculum dello studente.

Quanto all’Invalsi, la proroga del relativo svolgimento come requisito di ammissione all’esame risulta ben poco significativa se si considera che la somministrazione dei quiz di Italiano, Matematica e Inglese in quinta resta “attività ordinaria” (come ha ribadito una circolare Invalsi del dicembre 2018); inoltre, la standardizzazione dei processi di valutazione nell’ottica di una didattica per competenze è rafforzata dall’imposizione di griglie nazionali standardizzate per la correzione delle prove scritte. Infine, resta confermato che i quiz Invalsi non servono solo alla valutazione di sistema, ma anche alla valutazione individuale degli studenti (con i conseguenti effetti retroattivi sulla didattica); infatti, è rimasto in vigore l’art. 21 del d.lgs n. 62/2017, che prevede che gli esiti individuali delle tre prove entrino nel curriculum dello studente, allegato al diploma, “per attestarne i livelli di apprendimento e di competenze” e che le Università, nella loro autonomia, possano usarli per decidere dell’ammissione nei corsi a numero chiuso. L’imposizione della didattica delle competenze, attraverso la svalutazione delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive e critiche degli studenti, giunge a compimento con un esame che è costruito sull’evaporazione delle “materie” e dei saperi disciplinari. Viene imposta retroattivamente – modificando l’esame finale dei corsi di studio – una restrizione della libertà di insegnamento e un disciplinamento del lavoro dei docenti, mirato ad una didattica ministeriale, quella delle competenze, che è già fallita dove è stata imposta da anni, in particolare negli USA e nel mondo anglosassone.

A proposito di prove scritte

Che conoscenze e capacità cognitive non siano più l’obiettivo del nostro sistema d’istruzione lo si evince anche dall’eliminazione della terza prova già prevista dal governo Gentiloni. Non abbiamo nostalgie per una prova che era stata presentata come interdisciplinare e che ben presto si è rilevata una sommatoria di quesiti a risposta aperta sugli argomenti più disparati, e nei casi peggiori un quizzone a crocette, ma la sua eliminazione comunque determina una svalutazione dei contenuti delle materie non oggetto delle due prove scritte residue. Nella stessa direzione va l’eliminazione della traccia di argomento storico dalla prima prova scritta, anche qui con l’effetto retroattivo della svalutazione della storia. Non a caso il linguista Serianni, presidente della commissione che ha elaborato i nuovi quadri di riferimento per la prima prova, ha esplicitamente dichiarato che la modifica della prova finale serve per costringere i docenti a riorientare la didattica degli anni precedenti dalle conoscenze alle competenze.

Infine, per la seconda prova scritta sono previste prove miste su due discipline, la cui fusione e prevedibile semplificazione risulta assolutamente “calata dall’alto” ad anno scolastico inoltrato e senza alcun coinvolgimento dei docenti e nessuna considerazione, né alcun riscontro nel percorso formativo degli allievi. A tale scopo il Ministero ritiene sufficienti simulazioni programmate per i mesi di febbraio e aprile che saranno pubblicate sul sito del MIUR nei giorni previsti a conferma della volontà di condizionare la didattica attraverso la valutazione, in piena continuità con i precedenti governi con “buona pace” del tanto sbandierato “cambiamento”.

Rischiatutto sbarca al colloquio dell’Esame di Stato!

In passato il colloquio partiva dalla cosiddetta “tesina” proposta dallo studente o dalla studentessa.
Dal punto di vista psicologico, trattandosi di un lavoro preparato dal candidato, questa modalità aveva il pregio di rassicurarlo in un momento che spesso è caratterizzato da tensione e ansia. Modalità che comunque poteva avere un valore significativo, dal punto di vista formativo, poiché con la “tesina” il candidato aveva lapossibilità di esprimere la propria soggettività, esibire i propri interessi, elaborare in maniera autonoma e critica le conoscenze apprese nel proprio percorso di studi.
Tutto questo è stato cancellato ed al suo posto è stato introdotto un colloquio che ha i tratti del grottesco. Con il nuovo esame, infatti, i candidati saranno ridotti a partecipanti di un gioco a quiz e saranno chiamati ad estrarre una busta tra varie contenenti argomenti e documenti preparati dalla commissione esaminatrice. Per ogni classe bisognerà predisporre due buste in più rispetto al numero dei candidati in modo da farle “ruotare”, avendo cura che la stessa “batteria” non capiti a più di un candidato!
Eraclito aveva affermato che “il corso del mondo è un fanciullo che gioca ai dadi”. Con le buste al posto dei dadi i nostri maturandi affronteranno uno dei momenti più significativi e delicati della loro vita. Chi avrà più fortuna? Chi avrà meno fortuna? Il caso chi favorirà? Con quale spirito i candidati incerti sulle risposte affronteranno il resto del colloquio?
Ma, soprattutto, viene meno il ruolo della Commissione che, sulla base delle indicazioni dei membri interni e degli stessi risultati delle prove scritte, poteva strutturare il colloquio calibrandolo sulle diverse capacità cognitive dei vari candidati. Come a Rischiatutto si correrà il rischio che un percorso interdisciplinare difficile capiti a ragazzi con un curriculum incerto o che candidati con una buona preparazione non abbiano la possibilità di evidenziare le proprie capacità. Il risultato pratico molto probabilmente sarà che le Commissioni si adatteranno a preparare argomenti e percorsi semplificati, con un’ulteriore banalizzazione dei contenuti. È evidente l’obiettivo tendenziale del sorteggio e della stessa standardizzazione della valutazione: svalutare il lavoro del docente, preparando il terreno a prove a distanza programmate e gestite da un computer, come peraltro già avviene in tanti concorsi.

A sostenere e a dare fiducia ai candidati subentrerà la seconda parte del colloquio, quella dedicataall’alternanza scuola-lavoro, che ora si chiama “percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Anche se in tanti, alunni/e compresi/e, ammettono che in molti casi si è trattato solo di lavoro gratuito senza formazione effettiva e/o collegamento specifico con l’indirizzo di studio, con sottrazione di tempo alla didattica, di certo su questo tema nessuno resterà muto. Amenità, luoghi comuni, celebrazione di quest’esperienza non si risparmieranno!

Quanto alla terza parte, oggetto del colloquio saranno tematiche attinenti a “cittadinanza e costituzione”, una parte che lascia alquanto perplessi dal momento che tali tematiche, di certo importanti, fino ad ora non sono state trattate come pure avrebbero meritato, anche a causa del taglio delle ore dell’insegnamento di storia e di diritto – economia, introdotto dalla Gelmini e dalla riduzione di ore che l’insegnamento in generale, a seguito proprio della legge 107, sta subendo.
Se aggiungiamo poi che il nuovo Esame di Stato è piovuto addosso alle scuole nel mese di gennaio, dopo che per anni, e per i mesi dell’anno in corso, si è lavorato per prepararsi ad un esame finale che si svolgeva secondo modalità differenti, il quadro della sciatteria di questo governo è completo.
I Cobas, che da sempre lottano per una scuola veramente formativa, contro le insulsaggini confindustriali dei quiz, dell’alternanza scuola/lavoro, delle competenze al posto delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive, invitano docenti, studenti, genitori ad organizzarsi e a mobilitarsi contro questa pseudoriforma dell’esame di Stato, a chiedere al Ministero l’immediato ritiro dei decreti n.769 del 26/11/2018 e n. 37 del 18/01/2019 e a rivendicare l’inizio di una aperta e condivisa discussione sul cambiamento degli esami finali nel contesto di una reale riforma della scuola.