IL GOVERNO DRAGHI AL BANCO DI PROVA DELLA SCUOLA

Il governo Draghi gode di un ampissimo consenso parlamentare, dovuto sia al carisma personale del premier e all’investitura di Mattarella sia al trasformismo politico dei vari partiti, la cui reale motivazione è la gestione dell’enorme flusso di capitali provenienti dall’Unione Europea. In ogni caso, la politica economica non sarà quella del governo Monti, caratterizzata da lacrime e sangue, austerità e neo liberismo perché è cambiata radicalmente sia la politica monetaria della BCE che la politica di bilancio dell’Unione Europea.

Almeno fino alla completa fuoriuscita dall’emergenza economico- sanitaria, tale politica sarà caratterizzata da spesa pubblica in deficit per rilanciare domanda, produzione e occupazione e da massicce immissioni di liquidità per rendere sostenibile il debito. Il conflitto politico sarà sulla destinazione di queste risorse. In questo quadro sanità, scuola e trasporti hanno un ruolo centrale: durante la pandemia sono tragicamente emerse precarietà, inefficienze e disorganizzazione, conseguenze del progressivo smantellamento dello stato sociale e delle privatizzazioni.

Occorre invertire la rotta, ma non per tornare al quadro pre-pandemico, ma ai diritti sociali previsti dalla Costituzione e mai completamente realizzato, anzi messi in crisi dalle modifiche costituzionali, dal pareggio di bilancio e dal principio di sussidiarietà. Nella scuola é il momento di un bilancio delle trasformazioni avviate negli ultimi due decenni, fin dall’introduzione dell’autonomia scolastica e la mutazione dei presidi in dirigenti, del ricorso ai test standardizzati dell’Invalsi, della involuzione degli studenti e dei genitori in utenti-clienti.

Valuteremo se il nuovo ministro Bianchi invertirà il processo di aziendalizzazione, restituendo alla scuola il suo compito istituzionale di istruzione e formazione della persona nella sua complessità o se persisterà nella metamorfosi regressiva che ha ridotto la scuola ad ente di formazione del capitale umano. Però, anche se, come abbiamo sempre sostenuto e come sembra riconoscere ora Draghi, la DAD non è vera scuola ed ha aumentato le disuguaglianze, i docenti hanno sempre lavorato durante i periodi di sospensione della scuola in presenza, per cui non possono essere costretti ad uno straordinario gratuito e obbligatorio a giugno.

Per il recupero delle carenze determinate dalla DAD lo strumento c’è già: sono i corsi di recupero, che vanno però rifinanziati, estesi al primo ciclo e – come è accaduto finora- retribuiti e svolti dai docenti disponibili o affidati a personale esterno. I COBAS hanno difeso strenuamente, e in splendida solitudine tra i sindacati, operando anche nella coalizione di Priorità alla Scuola, la riapertura totale della scuola, in parte ora raggiunta e che va mantenuta.

A tal fine i soldi del Recovery Plan vanno usati per rilanciare la scuola pubblica e invertire la rotta: e tre sono i punti decisivi.

  1. In questi giorni si sta avviando il percorso che porterà alla formazione delle classi e dell’organico. Ci ritroveremo di nuovo a dividere per 27 gli iscritti delle classi prime e terze alle superiori, con punte che possono arrivare fino a 32 alunni per classi e oltre. Tali numeri sono assolutamente inefficaci per la didattica e per garantire la sicurezza. Per cui chiediamo una riduzione a 20 del numero massimo di alunni per classe e a 15 in presenza di alunni diversamente abili.
  2. Con gli attuali criteri di formazione delle classi avremo l’anno prossimo circa 230 mila cattedre vacanti per i pensionamenti e l’attuale tasso di precarizzazione del lavoro, tra i più alti in Europa. E’ indispensabile, per la continuità didattica e la sicurezza, assumere con concorsi per soli titoli tutti i docenti con 36 mesi di servizio e gli Ata con 24 mesi, in linea con le sentenze della Corte di Giustizia europea.
  3. Molti edifici scolastici sono fatiscenti e/o non in linea con la normativa vigente per la sicurezza. Non sono quindi ulteriormente procrastinabili massicci interventi in un’edilizia scolastica che coniughi la riduzione di impatto ambientale con la garanzia di spazi idonei ad una scuola in presenza e in sicurezza.
  4. Infine, va garantita da subito la scuola in presenza almeno al 50% per tutti/e, il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da più di 2 anni, il ritiro del recente accordo che limita ulteriormente il diritto di sciopero.

Insieme ad altri soggetti, stiamo valutando le forme della mobilitazione su questi obiettivi, incluso anche lo sciopero.

24 febbraio 2021

Esecutivo nazionale COBAS – Comitati di base della scuola

I webinar del lunedì a cura del CESP

Iscrizione gratuita compilando il modulo

Nuovo PEI, vecchie abitudini. Tagli, burocrazia e nostalgia delle classi differenziali

Sono state pubblicate le Linee guida al nuovo PEI – Piano educativo individualizzato allegate al decreto interministeriale 182/2020 e accompagnate dalla nota 40/2021. Dopo le anticipazioni dei decreti legislativi 66/2017 e 96/2019 la “riforma del sostegno” è pronta e l’impianto della legge 104 è messo pesantemente in discussione. Le 65 pagine delle Linee guida e i documenti che l’accompagnano ben rappresentano la portata del cambiamento in atto. Malgrado i buoni propositi che trapelano dal lessico e dall’impostazione del discorso, il modello di riferimento rimane quello della scuola della produttività, dell’efficienza, della centralità del risultato. Le Linee guida rispondono alle esigenze aziendali del taglio delle risorse, in linea con il Bilancio di previsione dello Stato del dicembre 2020 che prevede per l’istruzione migliaia di cattedre di sostegno in meno.

  • Le Linee guida prevedono la possibilità di esercitare “attività alternative”, e addirittura di decidere l’esonero in determinate discipline. Possibilità che, oltre a costituire un facile strumento per ridurre le ore di sostegno e assistenza, evoca assai da vicino lo spettro delle classi differenziali.
  • Il GLO, Gruppo di lavoro operativo, sostituisce il vecchio GLH, dove interagivano tutte le figure che avevano in carico lo/la studente (scuola, famiglia, assistenza, équipe medica) che nei termini della legge 104 elaboravano congiuntamente il PEI. Il GLO ora coincide con il Consiglio di classe e al suo interno le decisioni sono approvate a maggioranza. Il PEI cessa di essere il documento della “definizione congiunta”, i genitori sono ridotti a “partecipanti” (non si capisce con quali poteri effettivi) e altre figure sono ammesse solamente previa approvazione del dirigenteRisulta determinante il ruolo di leadership del dirigente scolastico»).
  • La «riunione telematica» del GLO prevista dalle Linee guida non è più limitata ai tempi della pandemia ma è sdoganata come opzione di routine. Chi ha partecipato alle riunioni di un GLH/GLO sa bene quanto sia fondamentale la presenza fisica non riducibile alla mera bidimensionalità di uno schermo.
  • Il PEI è ora un modello standard strutturato in un impianto farraginoso e mastodontico: l’osservazione e l’attività didattica dovranno essere ricalibrata dal Consiglio di classe secondo le categorie dello standard medico “bio-psico-sociale” ICF. È un carico di burocrazia che somiglia più a una pretesa di controllo delle attività piuttosto che a un indirizzo pedagogico-didattico.
  • Il calcolo delle risorse è affidato a un procedimento a crocette basato su una valutazione quantitativa anziché qualitativa e sulle effettive esigenze rilevate. Le ore per il sostegno e le assistenze (queste ultime «nell’ambito delle risorse disponibili») andranno calcolate attraverso una tabella precostituita. A una scala del cosiddetto “debito di funzionamento”, che riduce la disabilità a una mera mancanza, corrisponde un numero fisso di ore. Un lavoro da contabili, non da professionisti della didattica, che sottintende chiaramente un taglio alle risorse.
  • Un’intera pagina delle Linee guida è dedicata alle conseguenze penali in capo a ogni singolo appartenente al GLO nel caso in cui la richiesta di ore finisca per arrecare un danno all’erario.
  • Tutta da sperimentare alla prova dell’esperienza sarà la novità dell’incontro tra il modello (medico) dell’ICF e i modelli didattici e pedagogici unici al mondo della nostra scuola.

La trasformazione del PEI da documento condiviso e aperto in un elenco di previsioni e prescrizioni inciderà sulla complessità del rapporto didattico-pedagogico-educativo basato sulla libertà pedagogica, sull’adattamento, sulla mediazione.

Colpisce la mancanza del punto di vista di chi lavora nella scuola. Solo con l’apporto dell’esperienza professionale vissuta sarebbe stato possibile immaginare una vera riforma del sostegno di cui forse si sentiva realmente il bisogno.

Non certo questa riforma, che è da rinviare totalmente al mittente.

IL “SOVRANO” DRAGHI E LE RICHIESTE COBAS SU SCUOLA, SANITÀ, TRASPORTI, LAVORO

Il governo Conte-bis si è dissolto in tempi rapidissimi. A sostituirlo, Mattarella ha chiamato il “salvatore della Patria” Mario Draghi, per ripetere l’exploit del salvataggio dell’euro con il suo “whatever it takes”. Tutti i poteri del Paese gli hanno reso omaggio: ma l’incoronazione a “sovrano” sarà duratura o la “luna di miele” svanirà davanti alle prime decisioni serie? Certo, questo Draghi non è quello che nel 2011 intimava a Berlusconi durissima austerità e tagli, provocandone la sostituzione con il tecnocrate “lacrime e sangue” Mario Monti.

Tra i due Mario c’è la stessa differenza esistente tra la disastrosa politica di austerità e di blocco della spesa pubblica imposti allora dall’Unione Europea, e l’attuale politica espansiva, con la centralità della spesa pubblica  per far ripartire l’economia, svolta i cui maggiori artefici sono stati proprio Draghi e Angela Merkel . Chi identifica liberismo e capitalismo, dimentica che gli Stati (quelli potenti) hanno sempre agito nei periodi di crisi come “capitalista collettivo”, consentendo grazie alla spesa pubblica la ripartenza di economie soffocate dai tagli del liberismo. Dunque, almeno fino all’uscita dalla crisi economico-pandemica, i rischi per la giustizia sociale ed economica non dipenderanno da una presunta sudditanza di Draghi ad un inesistente “governo delle banche e della Grande Finanza”, quanto dalla direzione che prenderanno i grandi flussi di denaro a disposizione, a favore di chi verranno spese tali somme. E a tal proposito, bisogna sfatare un altro luogo comune: quello della emarginazione/impotenza dei principali partiti di fronte al potere “sovrano” di Draghi. Si fatica a prendere atto che i maggiori partiti italiani non hanno più alcun vincolo ideologico, teorico, culturale e politico, e figuriamoci se morale, da rispettare: sono solo macchine di potere, finalizzate a conquistarlo e mantenerlo; e le posizioni ideologiche e politiche sono intercambiabili come maschere. Le “creature” provenienti dallo scioglimento del PCI hanno sposato fino a ieri il liberismo più scriteriato; del trasformismo berlusconiano non conta neanche parlare, mentre quello dei 5Stelle, che dovevano “aprire il Parlamento come una scatola di tonno”, batte ogni record; e la virata a 180 gradi della Lega dal sovranismo fascistoide all’europeismo sorprende solo chi le attribuiva riferimenti ideologici e politici coerenti. Ma questo nulla toglie al potere che i partiti al governo non molleranno: e il loro ingresso in massa nel governo deriva dal voler partecipare da protagonisti alla spartizione del “bottino”, la ferrea volontà di foraggiare le proprie consorterie, circuiti affaristici, lobbies sociali. Il governo Draghi é costituito da tecnocrati messi a guardia di otto ministeri di rilievo, che potrebbero tentare di avviare riforme strutturali dannose, e da 15 ministri politici, scelti con il manuale Cencelli della vecchia DC, impegnati a battagliare tra loro e con il “sovrano” per garantirsi la ripartizione del “malloppo”.  Per chi intende lottare per la giustizia sociale ed economica, per il lavoro, per il reddito universale, per i Beni comuni e i servizi pubblici, a partire da scuola, sanità e trasporti, un governo  che dipende da un blocco senza precedenti di partiti, saldati in un micidiale patto spartitorio, costituisce un avversario contrastabile solo da ampie coalizioni, che evitino l’illusione di poter spuntarla battendosi solo sulla propria tematica.

Come COBAS stiamo cercando di dare il massimo contributo per l’intersezione tra i vari conflitti  necessari. Però, crediamo che nell’immediato vada data centralità alla catena sociale che collega scuola, sanità, trasporto pubblico e lavoro, per garantire la massima sicurezza possibile contro la pandemia ma anche contro l’utilizzazione malsana degli ingenti fondi a disposizione. In particolare, abbiamo difeso strenuamente, in splendida solitudine tra i sindacati e in coalizione con Priorità alla Scuola, la riapertura totale della scuola, in parte ora raggiunta e che va mantenuta. E a tal fine, ribadiamo al nuovo governo la richiesta urgente di: a) portare a 20 il numero massimo di alunni/e per classe; b) aumentare gli organici, assumendo a tempo indeterminato i docenti precari con almeno 3 anni di servizio e gli Ata con 2 anni; c) investire in modo rapido sull’edilizia scolastica e garantire tamponi, tracciamenti e servizi sanitari nelle scuole. Per quel che riguarda la Sanità pubblica, visto che il territorio non è riuscito ad evitare con le proprie strutture di base l’intasamento degli ospedali, riducendo ogni altra attività per fare spazio alle aree Covid, è decisivo: a) un significativo aumento delle risorse finanziarie e degli organici con l’assunzione a tempo indeterminato di medici, infermieri e altri operatori sanitari; b) la revisione del Titolo V in tema di autonomia sanitaria alle Regioni, restituendo alla gestione nazionale le decisioni fondamentali; c) investimenti seri sulla medicina territoriale pubblica e ridimensionamento drastico della Sanità convenzionata, a cui al momento vanno le percentuali maggiori delle risorse regionali. Il terzo punto cruciale per la lotta alla pandemia riguarda il trasporto pubblico per il quale chiediamo: a) lo stop alle privatizzazioni e esternalizzazioni delle aziende, attivandone la ripubblicizzazione; b) la fine delle gare per l’affidamento del trasporto, passando all’affidamento diretto; c) il potenziamento mediante assunzioni di personale viaggiante e rinnovo/aumento dei mezzi. Per quel che riguarda il lavoro, chiediamo: a) la proroga del blocco dei licenziamenti e l’estensione degli ammortizzatori sociali per tutti/e; b) la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, e la definizione per legge di un salario minimo orario e mensile dignitoso; c) l’internalizzazione stabile del personale degli appalti della pubblica amministrazione e l’investimento strategico nell’occupazione femminile e giovanile in termini di diritti (uguali per stanziali e migranti) e di riduzione della precarietà. Infine, ci prepariamo a difendere i dipendenti pubblici dal ripescaggio di Brunetta sulla poltrona ministeriale, data la  ossessiva ostilità del personaggio nei loro confronti. Stiamo valutando le forme della possibile mobilitazione su questi obiettivi, non escludendo di includervi anche lo sciopero qualora i segnali che arriveranno dal nuovo governo nei prossimi giorni si dovessero rivelare negativi.

Esecutivo nazionale COBAS – Confederazione dei Comitati di base

19 febbraio 2021

NO AL PROLUNGAMENTO ESTIVO DELLE ATTIVITÀ DIDATTICHE

È circolata nei giorni scorsi la proposta del nuovo primo ministro Draghi a proposito di un allungamento delle attività didattiche nel periodo estivo, motivata dalla necessità di recuperare quanto perso per le interruzioni e lezioni in didattica digitale, osserviamo quanto segue.

Ad ogni interruzione è stata attivata la DDI, quindi non si può dire che gli/le studenti/esse abbiano perso giorni di scuola. A meno che non si consideri la didattica digitale inefficiente, come a dire che l’impegno di centinaia di migliaia di docenti e studenti per mantenere viva la continuità del dialogo educativo, anche nelle condizioni estreme della DAD/DDI, è stato solo un inutile sforzo. A questo punto però bisognerebbe considerare nulli gli scrutini di giugno scorso e di febbraio, tutti i collegi docenti e le altre riunioni, far ripetere gli esami universitari e le sessioni di laurea a partire da aprile scorso. Nonché le sedute degli organi istituzionali svoltesi a distanza.

Sappiamo benissimo che la DDI ha enormi limiti e che ha provocato stress e difficoltà anche per la disparità degli strumenti a disposizione nelle famiglie. Sappiamo anche benissimo, però, che in DDI il corpo docente e gli studenti hanno lavorato, hanno sviluppato un percorso formativo, hanno svolto prove, esercitazioni, programmi.

Come al solito, invece di affrontare le reali emergenze della scuola (precariato, sovraffollamento delle classi, insicurezza delle strutture) ci si concentra sugli aspetti propagandistici, disconoscendo il lavoro dei docenti, i ritmi di apprendimento degli studenti, l’invivibilità delle aule in estate.

Si comincia proprio con il piede sbagliato verso la scuola, proponendo un aggravio di fatica, per docenti e studenti, con la sciagurata ipotesi di frequentare i locali scolastici che già da aprile diventano invivibili per il caldo (non sono ambienti climatizzati, come quelli a cui è evidentemente abituato il Presidente incaricato) e di spostare a luglio gli esami di terza media e di maturità.

Sarebbe invece meglio che il governo si confrontasse e indicasse come intende affrontare e risolvere i veri problemi strutturali della scuola:

1) intende superare lo scandalosa diffusione del precariato con un piano di assunzioni per tutte le cattedre vacanti?

2) intende sviluppare un piano di reclutamento che incrementi adeguatamente il personale docente e ATA?

3) intende diminuire il numero degli alunni per classe (non oltre 20)?

4) intende investire una parte consistente del Recovery Plan nell’edilizia scolastica per mettere in sicurezza, ristrutturare e costruire nuovi locali ed offrire ambienti accoglienti e sicuri?

5) intende introdurre climatizzazione e ventilatori per il ricambio e la sanificazione dell’aria negli ambienti scolastici?

La scuola pubblica ha bisogno di ben altro che dichiarazioni e provvedimenti propagandistici, che non rivelano attenzione ma una concezione aziendalistica e produttivistica della scuola.

I Cobas chiedono di incontrare il direttore dell’USR Sicilia per affrontare la questione degli organici per il prossimo a.s. 2021/2022

Di seguito il testo che lo scorso 10 febbraio il Coordinamento regionale COBAS Scuola della Sicilia ha inviato al Direttore dell’USR Sicilia.Siamo in attesa della convocazione.

La scrivente Organizzazione Sindacale chiede un incontro urgente al Direttore USR-Sicilia per affrontare la questione degli organici per il prossimo a.s. 2021/2022

Ciò in considerazione del fatto che la curva pandemica, seppur in leggera flessione, non lascia presagire la totale scomparsa del virus in tempi brevi e che in ogni caso la scuola deve essere pronta ad affrontare tutti gli scenari che a settenbre potrebbero presentarsi.

È dunque indispensabile non ripetere quanto da tempo si è fatto con la composizione di “classi pollaio” in deroga alle normative vigenti in materia di sicurezza e in particolar modo proprio durante la pandemia ove al bisogno impellente di creare ovunque distanziamento sociale, non sono stati cambiati i parametri per la determinazione in oggetto e si è trovata come unica soluzione l’allontanamento degli studenti dalla scuola e l’avvio della didattica a distanza con le conseguenze che tutti, dai ministri ai parlamentari, alle famiglie e ai docenti, conoscono bene.

Preoccupati e consapevoli che la scuola non potrà sopportare un altro anno scolastico in “isolamento” ed in considerazione che la nostra regione negli anni, è stata fortemente penalizzata con rapporti alunni/classi di gran lunga superiori ad altre regioni e non disponendo di un adeguato patrimonio edilizio, si chiede che a tutti i livelli dell’Amministrazione si affronti, in tempi brevi, la questione per garantire alla scuola pubblica sicurezza e le migliori condizioni al fine di assicurare il diritto allo studio.

Modello di delibera per l’acquisto di dispositivi di protezione in Consiglio d’Istituto

Nella difficile congiuntura in cui si trova il Paese e di riflesso la scuola, come Cobas abbiamo sostenuto e sosteniamo la riapertura delle scuole superiori almeno al 50%, percentuale che deve progressivamente crescere per restituire agli studenti e alle studentesse un diritto all’istruzione di cui sono stati privati già troppo a lungo. Crediamo anche però che le scuole debbano impegnarsi, da subito, a migliorare le condizioni di sicurezza affinché lavoratori/trici e studenti/esse possano vivere gli spazi scolastici con maggiore tranquillità.

Nello stesso tempo continuiamo a batterci per ottenere il potenziamento dei trasporti, il medico scolastico, la riduzione del numero di alunni per classe e conseguentemente un piano straordinario di assunzioni, ma crediamo che la battaglia per la sicurezza, a meno che non voglia essere un alibi per tenere le scuole chiuse fino a fine pandemia, debba essere combattuta soprattutto dentro le scuole.

Per questo abbiamo elaborato un modello di delibera da portare nei Consigli di Istituto finalizzata all’acquisto di dispositivi di protezione, acquisti che sono più che possibili, visto che nelle scuole, e in particolare in quelle di secondo grado, esistono consistenti avanzi di amministrazione che si sono accumulati negli anni; le scuole spesso negano questa realtà e portano avanti la falsa narrazione secondo la quale “le scuole non hanno i soldi nemmeno per la carta igienica”, continuando così a premere affinché i genitori versino il contributo “volontario”. Un’amministrazione pubblica non è virtuosa se risparmia molto (non è un’azienda che deve fare utili da reinvestire); una scuola pubblica è virtuosa se spende bene la maggior parte dei soldi che ha a disposizione perché il suo compito è quello di innalzare il più possibile la qualità dell’offerta per i suoi giovani cittadini.

Il Covid rende ancora più drammatica questa situazione: mentre i soldi delle scuole giacciono in banca, non si acquistano dispositivi che potrebbero rendere la scuola più sicura.

Proponiamo dunque questa delibera, con la raccomandazione che essa deve essere adattata puntualmente alla realtà della singola istituzione scolastica.

Per districarsi nel bilancio scolastico ed individuare l’avanzo di amministrazione utilizzabile per gli acquisti, si rinvia alla “Guida critica al bilancio scolastico” che i Cobas hanno messo a punto da diversi anni (alcune diciture sono cambiate in seguito alla riforma della contabilità, ma la sostanza non cambia e la guida è in grado di guidare alla lettura del bilancio della propria scuola).

I DS rispettino le norme sul diritto di sciopero

A fronte di varie segnalazioni su comportamenti di DS che vanno ben oltre il già fortemente limitato diritto di sciopero nella scuola, i Cobas hanno scritto una diffida che è stata inviata a tutte le scuole della Sicilia.

Qui trovate la diffida in questione, e di seguito ne riportiamo il testo.

Ai Dirigenti Scolastici

Al personale Docente ed ATA

Alle RSU

delle istituzioni scolastiche della Sicilia

e p.c. Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale

OGGETTO: DIFFIDA ai Dirigenti Scolastici per richiesta illegittima comunicazioni sciopero. La scrivente Organizzazione Sindacale COBAS Scuola

CONSIDERATO

Le numerose segnalazioni che ci pervengono da docenti e ATA su alcuni Dirigenti Scolastici che, illegittimamente, pretenderebbero, rispetto allo sciopero indetto il 29 gennaio dalle OOSS SI Cobas e Slai Cobas, l’obbligatorietà di dichiarare l’adesione o meno, mentre altri, addirittura, comunicano a Docenti e Ata che coloro che non invieranno la comunicazione di adesione o non adesione allo sciopero saranno CONSIDERATI IN SCIOPERO se entro le ore 8,00 dello stesso giorno non firmeranno la propria presenza a scuola o invieranno una comunicazione di non adesione.

L’accordo sulla disciplina dello SCIOPERO per il comparto Istruzione e Ricerca, del 2/12/2020 firmato, tra l’ARAN e Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda e Anief pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 8 del 12 gennaio 2021, pur comprimendo ulteriormente il diritto di sciopero, prevede che “In occasione di ogni sciopero, i dirigenti scolastici invitanoin forma scritta, anche via e-mail, il personale a comunicare in forma scritta, anche via e-mail, entro il quarto giorno dalla comunicazione della proclamazione dello sciopero, la propria intenzione di aderire allo sciopero o di non aderirvi o di non aver ancora maturato alcuna decisione al riguardo

Non è previsto che il personale sia obbligato a rispondere: permane quindi l’assoluta VOLONTARIETÀ da parte di Docenti e Ata di comunicare o non comunicare alcunché (adesione, non adesione, mancata maturazione…), sulla base dell’INVITO dei Dirigenti Scolastici.

DIFFIDA

formalmente i Dirigenti Scolastici di cui sopra ad attenersi esclusivamente alla formulazione dell’ACCORDO del 2 dicembre 2020 ed al testo letterale del comma 4 dell’art. 3 su richiamato, nel quale è semplicemente previsto un loro INVITO alle/ai Docenti e al Personale Ata a comunicare quanto richiesto e indicato nella citata norma pattizia senza che vengano indicati nelle comunicazioni al personale inesistenti obblighi.

CHIUDIAMO LE CLASSI POLLAIO!

IL 25 GENNAIO CHIUDONO LE ISCRIZIONI:

ORA CHIUDIAMO LE CLASSI POLLAIO!

RIDURRE IL NUMERO DI ALUNNI PER CLASSE 

ASSUMERE IMMEDIATAMENTE I PRECARI

IL 25 MANIFESTAZIONI IN DECINE DI CITTÀ

promosse da Priorità alla Scuola e dai COBAS

La ministra Azzolina è entrata al Ministero dell’Istruzione affermando che avrebbe preso di petto le classi pollaio ed ha continuato a ribadire lo stesso concetto anche nel corso della pandemia. Queste sono le parole. E i fatti?

I fatti ci dicono che nemmeno un euro è stato stanziato né nel Recovery Plan né in Finanziaria per la riduzione del numero di alunni per classe e il problema del sovraffollamento delle classi è letteralmente scomparso nelle recenti linee guida emanate dal Ministero. 

Così le scuole, che hanno appena finito di raccogliere le iscrizioni, procederanno con i soliti coefficienti a costruire le classi iniziali. Il tutto come se non si fosse nel pieno di una pandemia, il tutto come se la pandemia non avesse mostrato la condizione disastrosa della scuola pubblica italiana, condizione che ha comportato l’interruzione (o il forte depotenziamento attraverso la DaD) del diritto costituzionale all’istruzione per un’intera generazione, la quale sta subendo, anche psicologicamente, i danni che negli anni sono stati inflitti alla scuola pubblica e che la crisi ha ulteriormente aggravato. 

Continuiamo a chiedere un punto di PIL per finanziare la scuola pubblica; chiediamo che i soldi pubblici, siano essi fondi europei o nazionali, non siano investiti ancora in digitale o in una fantomatica sinergia con le attività produttive, ma vengano utilizzati per una riduzione significativa del numero di alunni per classe e per il conseguente ampliamento dell’organico docente e ATA: docenti e ATA che devono essere al più presto stabilizzati. 

Non vogliamo rientrare nella scuola miseria che abbiamo conosciuto prima della pandemia, vogliamo una scuola pubblica di qualità, unico vero e reale deterrente alla sua progressiva privatizzazione.

Il giorno 25 gennaio saremo davanti agli Uffici Scolastici regionali e Provinciali e al Ministero a Roma, Bologna, Pisa, Trieste, Firenze, Massa, La Spezia, Napoli, Salerno, Catania, Siracusa e in molte altre città per chiedere:

● riduzione del coefficiente del numero di alunni per classe: massimo 20 alunni e 15 in presenza di alunne/i con disabilità;

● rispetto della capienza delle aule per garantire il “distanziamento” e i parametri previsti per l’edilizia scolastica;

● immediata assunzione dei precari;

● investimenti seri e veloci sull’edilizia scolastica;

● rientro almeno al 50% nelle scuole superiori e del 100% negli altri ordini di scuola;

● tracciamento capillare e diffuso all’interno delle scuole.

IL DIRITTO ALLO STUDIO NON È “REGIONALIZZABILE”

IL DIRITTO ALLO STUDIO NON È “REGIONALIZZABILE”

RIAPERTURA ANCHE DELLE SCUOLE SUPERIORI ALMENO AL 50% E IN SICUREZZA 

I ritardi e le inadempienze che hanno caratterizzato la cosiddetta “seconda ondata” della pandemia non hanno alcuna giustificazione. Sanità, scuola e trasporti, dopo l’estate, presentavano le medesime criticità.

Tra aprile e maggio erano state avanzate precise richieste: 15 alunni per classe, assunzioni e ampliamento degli organici, nuovi spazi, potenziamento dei trasporti, tamponi e tracciamento. Governo ed enti locali, però, non hanno fatto quasi nulla in estate e neanche a novembre-dicembre! Cronaca di una chiusura annunciata, si potrebbe dire.

Scuole chiuse, dunque e non, come dimostrano le ricerche, perché le scuole siano i luoghi più insicuri, ma per la scelta politica di sacrificare per due anni scolastici il diritto all’istruzione.

Sia durante il primo lockdown, quando le scuole furono le prime ad essere chiuse, ma all’inizio pub e ristoranti rimasero aperti, sia oggi, con le vie dello shopping gremite e ancora una volta ragazzi e ragazze privati/e del diritto all’unica vera scuola, quella dal vivo, fatta di relazioni sociali e cognitive.

Soluzioni di una classe dirigente accomunata dalla convinzione che “con la cultura non si mangia”. A conferma di scelte miopi, contraddittorie e ciniche, infine, la decisione, immotivata rispetto al contenimento della pandemia, di chiudere solo la secondaria superiore di secondo grado.

Inoltre, nella scuola come nella sanità, è evidente il fallimento della cosiddetta regionalizzazione, che ha prodotto un calendario scolastico incerto e differenziato. Particolarmente assurda è la situazione della Campania – in cui la scuola dell’infanzia e le prime due classi della primaria sono state aperte in tutto un mese, le altre classi 15 giorni – e della Puglia dove l’istruzione è diventata anche formalmente un servizio a domanda, lasciato alla libera decisione delle famiglie!

Nella nostra scala delle priorità, al contrario, le scuole andrebbero eventualmente chiuse per ultime. Le scuole devono essere aperte in sicurezza (sappiamo che è impossibile il rischio zero), almeno al 50% le superiori (come peraltro già previsto dal decreto legge 5/1/2021) e al 100% le altre, salvaguardando i lavoratori/trici fragili. La lotta per la sicurezza si “combatte” nei luoghi di lavoro con le scuole aperte, altrimenti si abbia il coraggio di ammettere che, nell’attuale contesto, si può fare a meno del diritto all’istruzione, visto che non si può definire tale la didattica a distanza.

Differenziando gli orari scolastici, spostando alle 10.00 l’inizio delle altre attività e implementando i mezzi di trasporto si eviterebbe l’affollamento sui mezzi. Controllando sistematicamente personale e alunni si bloccherebbero in tempo i focolai. Dispositivi di sanificazione, mascherine ffp2 gratuite per il personale e chirurgiche per gli alunni renderebbero più “puliti” gli ambienti. Aeratori/sanificatori in ogni classe ridurrebbero ulteriormente le possibilità di trasmissione del virus.

Il governo, gli enti locali e le scuole hanno le risorse per attuare tutti questi provvedimenti: mobilitiamoci perché vengano utilizzate subito e bene.

Chi chiude la scuola cancella il futuro!

19.1.2021 – ASSEMBLEA ISCRITTI COBAS SCUOLA

ASSEMBLEA PROVINCIALE DEGLI

ISCRITTI COBAS SCUOLA

MARTEDÌ 19 GENNAIO 2021

ore 16.30 – 19.30

L’assemblea si svolgerà da remoto, sulla piattaforma Jitsi Meet, collegandosi

al seguente link: https://meet.jit.si/cobaspa cliccandoci sopra o copiandolo

sulla barra degli indirizzi in una finestra del programma che usate per

navigare in internet (Chrome, Firefox, Opera, Safari, ecc.)

Se si usa il cellulare è opportuno scaricare l’app Jitsi Meet

Ordine del giorno:

  1. Situazione politico-scolastica, con particolare riferimento alle conseguenze che la pandemia determina sulla scuola.
  2. Contenziosi e vertenze in corso.
  3. Rinnovo dell’Esecutivo Provinciale dei Cobas Scuola Palermo.
  4. Varie ed eventuali.

Si auspica la partecipazione di tutt* le/gli iscritt*

Il colpo basso alle buone pratiche di tutela dei Beni culturali siciliani

I Cobas Scuola della Sicilia giudicano il Decreto Assessoriale n. 74/GAB del 30 novembre 2020, che l’Assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, ha fortemente voluto e battezzato “Carta di Catania”, un grave, inaccettabile passo verso una privatizzazione selvaggia dei Beni culturali siciliani.

Il decreto autorizza Soprintendenze, Parchi archeologici, Musei, Gallerie e Biblioteche, a concedere in uso per la valorizzazione e la pubblica fruizione il cospicuo patrimonio in giacenza nei depositi – dice il comunicato stampa ufficiale, diffuso per lo più acriticamente dagli organi di stampa.

I depositi di Musei, Parchi archeologici, Biblioteche sono il patrimonio inestimabile della Nazione, da studiare e valorizzare nelle sedi istituzionali (come avviene in tutto il mondo), non da affidare a privati in cambio di un affitto o di ambigui “servizi” (restauro, pubblicazione e marketing…). Non da mettere in mano a studenti praticanti, inesperti e sfruttati in stile alternanza scuola/lavoro, ai quali andrebbe l’onere di stabilire la rilevanza delle opere e di stilarne un elenco per la “concessione in uso” a privati.

Questo tipo di sfruttamento del patrimonio culturale finge innovazione, prolifera all’interno di politiche che hanno negato per decenni finanziamenti e dignità al lavoro culturale, e ha la presunzione di ergersi a modello, quando le emergenze siciliane, anche per quanto riguarda i beni culturali, riguardano l’ordinaria amministrazione, la burocrazia, i tatticismi politico-amministrativi.

I Cobas Scuola della Sicilia condividono dunque l’allarme lanciato da Salvatore Settis, che parla di “scempio” e di “colpo basso alle buone pratiche della tutela, “ancor più pericoloso, perché vien diffuso come potesse servire da modello”.

I Cobas Scuola della Sicilia chiedono quindi la revoca del decreto assessoriale, in quanto esso riguarda materia di rilevanza nazionale e costituzionale, e incide sul patrimonio culturale della più grande Regione d’Italia e una delle più ricche di beni culturali.

Coordinamento regionale Sicilia Cobas Scuola

LAVORARE A SCUOLA AL TEMPO DEL COVID

Alle RSU, RLS e TAS COBAS delle Istituzioni scolastiche della SICILIA

Questa Associazione Sindacale organizza, ai sensi della normativa vigente, un

Convegno di formazione RSU, RLS e TAS COBAS

lunedì 21 dicembre 2020, ore 10.00 – 14.00

attraverso piattaforma telematica al link

https://global.gotomeeting.com/join/516389197 

LAVORARE A SCUOLA AL TEMPO DEL COVID

INTRODUZIONE: Recovery plan. Prolungamento anno scolastico. Rinvio elezioni RSU

SICUREZZA: protocolli, lavoratori fragili, quarantene, sanificazione, rientro a gennaio

CONTRATTAZIONE D’ISTITUTO: ex “bonus”, lavoro agile, DaD-DDI, organico Covid

Il contingente dei permessi di spettanza RSU è da loro gestito autonomamente nel rispetto del tetto massimo attribuito. Le RSU fruiscono nei luoghi di lavoro di permessi sindacali per l’espletamento del loro mandato, per presenziare a convegni e congressi di natura sindacale e ogni altra attività sindacale di carattere extra-aziendale (art. 10, comma 3, CCNQ 7/8/98 e Cass. n. 7087/86).

I permessi, giornalieri ed orari, sono retribuiti e sono equiparati a tutti gli effetti al servizio prestato, e possono essere cumulati per periodi anche frazionati. Per garantire la funzionalità dell’attività lavorativa bisogna preavvisare il dirigente della fruizione del permesso sindacale, secondo le modalità concordate in sede di contrattazione d’istituto, in genere 24/48 ore prima.

La giurisprudenza, vista anche l’esiguità dei permessi che non permette di individuare un interesse del datore di lavoro, ha negato la possibilità di sindacarne l’uso o di subordinarne la fruizione alle esigenze aziendali (Cass. nn. 4839/92, 8032/96, 9765/96, 11573/97).

_______________________________________________________________________________________________________

(facsimile Permesso RSU o RLS per coloro che fossero impegnati/e in attività)

Al/la Dirigente scolastico/a del ________________________________

Sede

Oggetto: permesso RSU/RLS – Convegno sindacale di formazione 21 dicembre 2020

Il/la sottoscritto/a ______________________________________________________, in qualità di RSU/RLS di questa Istituzione scolastica comunica che, ai sensi della normativa vigente (CCNQ 7 agosto 1998/art. 73 CCNL 2007), fruirà in data 21/12/2020, per n. ___ ore (comprensive del tempo occorrente per collegarsi), dalle ______ alle ______, di un permesso retribuito al fine di partecipare al convegno in oggetto.

data ……/……/……………….

Il/La Rappresentante RSU/RLS

UN CONTRATTO INUTILE

UN CONTRATTO CHE NON TUTELA NÉ I LAVORATORI, NÉ LA SCUOLA

Davvero nessuno sentiva l’esigenza di un contratto sulla didattica digitale che, anziché fare chiarezza e garantire i lavoratori della scuola, di fatto aumenta il caos nelle scuole. La preoccupazione principale dei sindacati firmatari pare quella di garantirsi un ruolo di interlocutori nei confronti del governo: come poi riempire quel ruolo e, soprattutto, come riempirlo in difesa dei lavoratori, pare una questione secondaria. Da qui l’incredibile atteggiamento della CGIL che prima non firma il contratto, ma poi lo fa entrare in vigore senza ottenere nulla di più: solo una Nota “condivisa” che per certi aspetti è addirittura peggiorativa rispetto al contratto. Ma con una procedura insolita, prevista dalla dichiarazione congiunta, la Nota diventa l’interpretazione vincolante del CCNI sulla DDI per l’Amministrazione e per le OO.SSfirmatarie.  In ogni caso, l’effetto congiunto del CCNI e della Nota Ministeriale n° 2002 del 9.11. 2020, con un finto gioco delle parti, sta creando un vero guazzabuglio nelle scuole, di cui sono pienamente e politicamente responsabili sia il Ministero che Cgil, Cisl e Anief.

Docenti lavoratori di serie B Il contratto avrebbe dovuto entrare nel merito della nuova tipologia di lavoro. Invece, oggi i docenti italiani in DAD non hanno un inquadramento preciso e, di fatto, hanno minori diritti alla salute, alla sicurezza, alla tutela della privacy, alla limitazione dell’esposizione al video, rispetto ai lavoratori impegnati nel telelavoro. Le nostre case e i nostri dispositivi divengono spazi e strumenti dell’amministrazione per garantire la prestazione lavorativa, senza alcun tentativo di arginare questa invasione della sfera privata e di porre dei confini che delimitino con chiarezza l’ambito del lavoro da quello della vita. Non viene definito alcun rischio per la salute connesso alla nuova modalità di prestazione lavorativa; non viene chiarito come si applica la normativa a tutela degli infortuni quando il luogo di lavoro diventa la propria casa; viene sdoganato il fatto che siano i docenti a doversi fare carico dell’efficienza delle proprie macchine, della connessione e, sul piano della privacy, della dotazione di adeguati sistemi di protezione dei dati altrui, perché sono di proprietà dell’amministrazione, quasi fossero divenuti ormai lavoratori autonomi e non più dipendenti. Non viene previsto nulla riguardo al diritto alla disconnessione – o meglio il diritto a vivere senza l’ossessione della connessione- che è ancora una volta e colpevolmente rinviato alla contrattazione d’istituto, come se il problema di separare il tempo di vita e il tempo di lavoro non fosse un problema di carattere nazionale e non si acuisse con la DAD per i docenti e con il lavoro agile per gli Ata.

Far West contrattuale  Gli obblighi e le modalità di lavoro discenderanno direttamente dai Piani sulla Didattica integrata approvati dai Collegi Docenti. Le docenti e i docenti italiani sono dunque lasciati in balia dei Dirigenti Scolastici, vista la condizione disperata della democrazia degli Organi Collegiali nella scuola italiana, che i firmatari conoscono bene! Non dovrebbe un contratto nazionale definire un quadro certo di regole per arginare proprio gli abusi e le illegittimità che si determinano nelle singole scuole in nome dell’Autonomia scolastica? Invece, si lascia campo libero a un far west contrattuale definito a livello di scuola e si lascia ai DS ampia discrezionalità; nel Contratto si sottolineano in pompa magna le competenze degli Organi Collegiali, e nel puntuale gioco delle parti la Nota concordata afferma che “La dirigenza scolastica, nel rispetto delle deliberazioni degli organi collegiali nell’ambito del Piano DDI, adotta, comunque, ogni disposizione organizzativa atta a creare le migliori condizioni per l’attuazione delle disposizioni normative a tutela della sicurezza e della salute della collettività, nonché per l’erogazione della didattica in DDI

Aumento del carico di lavoro – Sull’orario di lavoro sarebbe stato più che mai lecito attendersi almeno un riconoscimento del carico di lavoro aggiuntivo imposto dalla didattica digitale e dalla richiesta di far fronte in modo flessibile alla situazione di emergenza, adeguando la metodologia didattica (in presenza, a distanza, mista) al contesto epidemiologico e alle disposizioni normative. Invece, si è deciso di equiparare la didattica a distanza alla didattica in presenza, rendendo ordinario ciò che non lo è: un intervento che peraltro non chiarisce adeguatamente nemmeno il punto chiave dei recuperi al fine di evitare richieste ingiustificate in seguito alla riduzione dell’unità oraria di lezione connessa all’attuazione della DDI. Sarebbe stato semplice chiarire in modo definitivo che qualsiasi riduzione dell’unità oraria di lezione o del monte orario settimanale determinata dall’attuazione di quanto previsto nei piani per la didattica digitale integrata e dalle linee guida, non poteva comportare ulteriori obblighi di lavoro, ma questo non è stato fatto.

Nulla per i precari – ANIEF ha firmato subito. Se i precari pensavano di aver trovato un sindacato di riferimento, alla prima prova dei fatti è lampante come siano stati utilizzati solo per ottenere la rappresentanza. E solo dopo aver firmato, ANIEF chiede l’estensione della carta docente anche per i precari, dimenticando che un sindacato serio pone le condizioni PRIMA, non DOPO aver firmato. E infatti il passaggio sui docenti precari è quello più fumoso: il Ministero sosterrà “ogni azione possibile utile a supportare l’erogazione della DID da parte dei docenti a tempo determinato”.

Nulla per il personale Ata, che sperimenta sempre di più la pervasività del lavoro agile, se non la richiesta della Cgil della convocazione per “il confronto” sul lavoro agile (NB: non la contrattazione), anche questa dopo la firma del contratto sulla DID e non contestualmente.

Piattaforme delle multinazionali del web – Nuove risorse vengono invocate solo per il solito calderone che da mesi si sta alimentando: la connettività delle istituzioni scolastiche, gli ambienti scolastici innovativi, ecc. Nemmeno la traccia di una clausola che impegni il Ministero a predisporre una piattaforma pubblica: nella dichiarazione congiunta si parla di piattaforme gratuite per docenti e studenti, ma non per le scuole!

Il giudizio complessivo sul contratto firmato non può che essere fortemente negativo, ma questo non ci impedisce di distinguere il CCNI dalla Nota nei soli due casi in cui il primo è uno strumento utilizzabile in difesa dei docenti, scardinando il gioco delle parti che sembrerebbe sotteso alla loro stesura concordata. 

Il contratto non prevede alcun obbligo di recupero e ribadisce la piena valenza di tutta la normativa contrattuale, ivi compreso l’art. 28 c.7 e 8 del CCNL 2006-08 che, richiamando le C. M. n. 243/1979 e n. 192/1980 e successive, prevede che se la riduzione oraria è dovuta a causa di forza maggiore e i motivi sono estranei alla didattica” (come è di tutta evidenza in questo caso , in cui il ricorso alla DAD , con la conseguente inevitabile riduzione oraria, è imposta dal riacutizzarsi dell’emergenza sanitaria e dalle disposizioni del DPCM del 4 novembre) “non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione”. Invece, la Nota prevede che “il personale docente è tenuto al rispetto del proprio orario di servizio, anche nel caso in cui siano state adottate unità orarie inferiori a 60 minuti, con gli eventuali recuperi”.

La didattica digitale integrata non si attua oltre l’emergenza e il Contratto dice chiaramente all’art. 1 “Casi in cui si può ricorrere alla DDI e durata del CCNI” che solo “fino al perdurare dello stato di emergenza deliberato dal CdM, dovuto al diffondersi del COVID 19, l’attività didattica sarà effettuata a distanza attraverso la modalità della DDI..”, quindi configurando la didattica a distanza solo come didattica dell’emergenza. Anche il D.L. n. 22/2020, convertito in l. n. 41/2020, prevede all’art. 2 che solo in “in corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza”. La Nota, in continuità, con le Linee Guida istituzionalizza la DAD anche al di là dell’emergenza, almeno per quanto riguarda le scuole secondarie di secondo grado. 

Per entrambi questi casi va detto con forza che solo il CCNI costituisce una fonte del diritto e fonda diritti e obblighimentre la Nota non è una fonte del diritto. Per cui invitiamo le Istituzioni scolastiche, gli organi collegiali, le RSU e i lavoratori tutti ad applicare il CCNI e non la Nota. Non vi è nulla da recuperare in alcuna forma per le riduzioni orarie deliberate dal Consiglio d’Istituto e dovute all’emergenza sanitaria. Vanno rigettate delibere del Collegio docenti di riduzione oraria per motivi didattici, che non rispondono alla realtà. La DID è solo didattica dell’emergenza e finisce con l’emergenza.

Contro ogni tentativo di normalizzazione dell’emergenza e contro la retorica ministeriale ribadiamo una volta di più che la DAD non è scuola. La favola della didattica digitale = qualità si è infranta di fronte alla realtà. La nostra voce si unisce a quella di pedagogisti, psicologi e soprattutto a quella di docenti, genitori e studenti che hanno sperimentato la sospensione di fatto del diritto allo studio. 

Dobbiamo riaprire al più presto e in sicurezza tutte le scuole di ogni ordine e grado, prima che si riapra la farsa della valutazione a distanza. Dobbiamo riaprire al più presto le scuole per lasciarci alle spalle questo contratto integrativo e per restituire dignità professionale e diritti all’intera categoria. Per farlo è necessario fare oggi quello che colpevolmente Governo e Regioni non hanno fatto questa estate: potenziare sanità, trasporti pubblici, organici e spazi scolastici. Non averlo fatto ci ha portato alla situazione di nuovo drammatica della sanità pubblica e a chiudere le scuole quando in Europa le tengono aperte anche con lockdown più estesi. Continuare a non farlo ora significherà arrivare di nuovo impreparati al momento della riapertura con il rischio di esporsi a nuove ondate della pandemia. Ad ogni passaggio di questo tipo la responsabilità politica e morale del governo aumenta a dismisura! 

PERSONALE INIDONEO e FRAGILE: ANCORA UNA SITUAZIONE PROBLEMATICA

PERSONALE INIDONEO e FRAGILE: ANCORA UNA SITUAZIONE PROBLEMATICA

Come già messo in evidenza nel precedente documento, consegnato il 29 settembre nell’incontro con la Direzione generale del Personale, Le Misure urgenti connesse alla dichiarazione di emergenza epidemiologica hanno evidenziato la possibile fragilità dei lavoratori e lavoratrici nell’esposizione al contatto con il pubblico e, nella scuola, i docenti fragili si sono collocati, per posizione giuridico-normativa, accanto a quella dei docenti inidonei.

Nelle ultime circolari, decreti e conversioni in legge, che riguardano i lavoratori “fragili” (Circolare Interministeriale del Ministero della Salute e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 4 settembre 2020; Circolare Ministero dell’Istruzione dell’11 settembre 2020, Legge 126/2020), però, nulla si dice rispetto ai lavoratori e alle lavoratrici già giudicati “inidonei” prima del manifestarsi della pandemia da COVID-19.

Tale personale presenta una doppia “fragilità”, la prima connessa alle gravi patologie per le quali sono stati dichiarati inidonei (temporanei o permanenti) indipendentemente dall’attuale situazione epidemiologica, la seconda, determinata dalla pandemia, che aggrava il quadro precedente, inserendoli in un ulteriore stato di emergenza.

Ciononostante, gli “inidonei” e i “fragili”, che fanno già ricorso alla malattia per problemi legati alle proprie patologie, sono spesso posti in malattia d’ufficio per un periodo di tempo che comporta il superamento del periodo massimo previsto (art. 17 CCNL 2007), rischiando, così, di rimanere nel tempo privi di stipendio e in una precaria situazione di salute.

Per tali motivi e per l’oggettivo prolungarsi del periodo di emergenza epidemiologicatale quadro rischia di aggravarsi ulteriormente e di diventare insostenibile per i lavoratori e le lavoratrici in precario stato di salute che sono, però, tutelati innanzitutto dalla Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art 32).

Pertanto abbiamo chiesto di:

a) prolungare la “sorveglianza sanitaria eccezionale” al momento prevista sino al 31 gennaio 2021, riconoscendo lo stato di emergenza ed equiparando il periodo di assenza dal servizio al ricovero ospedaliero. In questo modo la malattia non verrà conteggiata ai fini della determinazione del periodo massimo di assenza, previsto ai commi 1 e 2, art. 17 CCNL 2007 (tale riconoscimento, in caso di prolungamento dello stato di emergenza, deve essere automaticamente esteso sino al termine ultimo);

b) equiparare la malattia di ufficio, per il personale già temporaneamente o permanentemente inidoneo e per quello “fragile” riconosciuto inidoneo in maniera assoluta, alla “sorveglianza sanitaria eccezionale” che, come già detto, non comporta cumulo;

c) fare in modo che il personale già dichiarato inidoneo dai competenti organi medico-legali prima dell’attuale emergenza sanitaria, possa svolgere il “lavoro agile” (l. n. 126/2020), dietro semplice richiesta al dirigente, senza ulteriori accertamenti e col riconoscimento di tale prestazione lavorativa come ordinaria;

d) chiarire ai Dirigenti scolastici che l’utilizzazione delle biblioteche d’istituto come aule non può comportare la dismissione dei servizi bibliotecari né l’allontanamento dei docenti “inidonei” dalla scuola o il loro spostamento in altro servizio o mansione, perché il patrimonio librario e strumentale rimane in dotazione alla scuola e il servizio può essere erogato sia in presenza sia online. Le competenze di lettura e quelle informative, sono funzionali e trasversali a ogni ambito disciplinare e il ruolo della biblioteca non va quindi visto come “alternativo” alla didattica, ma come una sua parte integrante, tanto è vero che l’apporto della biblioteca scolastica dovrebbe trovare generalmente spazio e attuazione nel Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF).