SOCIETÀ, ECONOMIA E SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS
Sospensione delle lezioni e didattica a distanza: in questo scenario ci muoviamo da settimane, adottando le modalità che ciascun* ritiene più opportune, accomunat*, docenti e studenti, dal riconoscimento di un primordiale bisogno di relazione e di contatto. Un modo per reagire allo stato di eccezione che interrompe il fluire delle relazioni, della vita, sottomettendoci al principio esclusivo della sopravvivenza biologica individuale, un modo per affermare l’importanza delle relazioni sociali in un tempo in cui le persone diventano individui, bloccat* nella paura, distant*, diffident*, passiv*, annoiat* e sol*. La Scuola è luogo di incontro: mai come ora capiamo quanto sia importante e imprescindibile la fisicità, la presenza di corpi, sguardi e voci che si intrecciano; abbiamo sperimentato, anche con le nuove modalità della cosiddetta didattica a distanza, la possibilità di vedersi e ascoltarsi, come resiliente tentativo di tenere in vita almeno una traccia di contatto reale. L’obiettivo, nitido quanto difficile, è preservare la funzione di presidio civile che la Scuola rappresenta di fronte al vuoto della paura e dell’emergenza.
SOSPENSIONE DELL’ISTRUZIONE E DEBOLEZZA DI UN SISTEMA SANITARIO REGIONALIZZATO E PRIVATIZZATO
Questa consapevolezza non può e non deve in alcun modo diventare uno schermo per nascondere la realtà: il diritto all’istruzione è stato sospeso, cosi come molti diritti civili fondamentali garantiti dalla Costituzione, per tutelare un diritto alla salute minacciato dalla pandemia e dall’inadeguatezza del nostro sistema sanitario a fronteggiare l’epidemia, nonostante l’abnegazione e i ritmi massacranti con cui stanno lavorando il personale sanitario, esponendosi a pesanti rischi personali. La regionalizzazione della Sanità mostra la corda, perché di fatto determina uno scarso coordinamento delle strutture sanitarie a livello nazionale nella gestione dell’emergenza. La regionalizzazione è strutturalmente collegata con l’aziendalizzazione e la privatizzazione, perché storicamente l’aumento delle competenze degli enti locali implica una riduzione delle risorse pubbliche e della stessa efficacia dell’intervento. Non a caso il governo si è deciso ad autorizzare la requisizione temporanea delle strutture private idonee. Tutto questo dovrebbe essere un monito politico per bloccare le folli proposte di autonomia regionale differenziata, sia in salsa leghista che del PD.
GLI EFFETTI DELL’EMERGENZA SULLA VITA ECONOMICA E SOCIALE
Gli effetti sull’economia reale sono pesantissimi, ma diventano drammatici per tantissime categorie del lavoro dipendente e autonomo, i “non garantiti” che pagheranno duramente quello che sta accadendo. Il primo settore che ne ha sofferto è stato il turismo, che produce il 14% del PIL; ora stanno crollando decine di migliaia di piccole e medie attività di ristorazione, accoglienza, ospitalità, artigianato, commercio, produzione e diffusione alimentare; persino piccole e medie aziende, che dovrebbero essere al riparo dall’uragano, tracollano perché il Made in Italy ora fa paura persino nei settori più impensabili. Ma con le restrizioni progressive per la maggior parte delle attività economiche per un tempo che allo stato non è prevedibile e, nonostante i provvedimenti di sostegno alle famiglie e alle imprese, vi sarà un crollo della domanda interna con effetti negativi a catena sulla produzione e sull’occupazione. È sempre più evidente che bisogna invertire la rotta: abbiamo bisogno come il pane dell’intervento pubblico in economia per sostenere la domanda, per orientare la produzione verso modelli sostenibili, per ricominciare ad investire sulla ricerca e l’innovazione, per un reddito “di quarantena” nell’immediato, per i lavoratori autonomi e dipendenti più colpiti, e un reddito universale in prospettiva. È un segnale sicuramente positivo la decisione della Commissione UE di proporre al Consiglio, per la prima volta nella storia, l’attivazione della clausola del Trattato che prevede la sospensione del Patto di Stabilità. È un’operazione simile al “whatever it takes” di Draghi, a cui seguì il quantitative easing e una politica monetaria fortemente espansiva; ora assistiamo a un’inversione di rotta anche per la politica di bilancio.
Ma il quadro dei vincoli di bilancio che ha caratterizzato la vita dell’euro e dell’UE, dal Patto di Stabilità al Fiscal Compact, deve saltare in modo strutturale e permanente. È necessaria un’ingente e stabile spesa pubblica in deficit per affrontare l’emergenza sanitaria e strutturalmente aumentare la domanda, la produzione e l’occupazione. Va finanziata con il Fondo Salva Stati, con gli Eurobond e, soprattutto, rimettendo in discussione il tabù del finanziamento monetario, conferendo alla BCE e alle BCN i poteri che hanno tutte le Banche Centrali del mondo: acquistare titoli di Stato sul mercato primario e anticipare moneta in conto corrente al Tesoro dello Stato.
E in questa situazione, per le parti più deboli della società si rischia un aumento dell’ineguaglianza: per alcuni, come migranti e ROM, lo “stare a casa” si traduce immediatamente in emarginazione sociale e mancanza di possibilità.
LA SCUOLA: PRESIDIO DI CIVILTÀ NELLA SOSPENSIONE DELLA VITA SOCIALE DA TUTELARE
In questo contesto la scuola oggi sopravvive come presidio di civiltà, come sforzo collettivo inderogabile di affermare il bisogno di sopravvivenza civile, sociale, affettiva, e non solo biologica.
Ma guai a pensare che questa possa essere la normalità, l’occasione offerta alla scuola per scoprire alternative migliori; guai a pensare che stiamo garantendo davvero il diritto all’istruzione in altra forma o addirittura che si tratti di un’opportunità per fare un salto di qualità. Ogni sospensione dei diritti costituzionali è sempre una minaccia. L’emergenza è il terreno ideale per le sperimentazioni sociali, l’occasione per imporre cambiamenti difficilmente realizzabili in tempi normali. È la tecnica della shock economy teorizzata da Naomi Klein: approfittare della crisi per imporre in modo strutturale nuovi modelli economico-sociali. La sospensione della socialità nel momento dell’emergenza porta con sé il rischio che diventi strutturale il ritorno all’individualismo anche con il ritorno alla normalità, tanto più se pensiamo che già in tempi normali l’io stava prevalendo sul noi. La conseguenza sarebbe una drastica riduzione del peso dell’azione e dell’organizzazione collettiva, dello stesso conflitto sociale, con un aumento esponenziale della disuguaglianza sostanziale a scapito dei più deboli. Un rischio del genere c’è anche nella scuola: sospensione della collegialità per rafforzare ulteriormente il potere gerarchico dei dirigenti; didattica a distanza che diventa strutturale e sostitutiva della didattica in presenza… Per questo sentiamo la necessità di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti della situazione attuale per capire cosa sta accadendo e dove stiamo andando, quali sviluppi della gestione dell’emergenza siano da contrastare e scongiurare, quali, invece, siano occasioni per rafforzare la scuola pubblica e il diritto all’istruzione.
LA DIDATTICA A DISTANZA
La didattica a distanza è inevitabile in questa fase, ma non illudiamoci e non illudiamo: non è scuola, non garantisce il diritto all’istruzione! La scuola è, o dovrebbe essere, una comunità educante, che punta allo sviluppo delle capacità di analisi e di sintesi, allo sviluppo dello spirito critico del/la cittadino/a e, per esserlo, ha bisogno di relazioni umane, emotive e cognitive, che non possono essere assicurate dall’insegnamento a distanza. Siamo d’accordo nel farci carico della situazione per mantenere i contatti con studenti e studentesse, per sostenere e provare a dare un contributo, ma ribadiamo con forza che ciò è semplicemente reso indispensabile ed ineludibile dall’eccezionalità della situazione e rigettiamo con forza qualsiasi retorica modernista e qualsiasi ubriacatura pseudo tecnologica per il futuro.
I collegi e i consigli online potrebbero essere in questo momento un’occasione di confronto e di condivisione dei problemi, ma allo stato attuale non c’è normativa che li regoli e perciò non possono essere considerati organi deliberanti.
Si deve anche osservare che la didattica a distanza aumenta o crea ulteriori differenze sociali, che invece la scuola dovrebbe ridurre se non eliminare, sia per gli studenti che per i docenti. Per come la vogliono imporre molti dirigenti, la didattica a distanza richiede avere a disposizione costantemente un PC a testa e una “stanza tutta per sé”. Senza pensare se poi tra i genitori c’è anche chi svolge “lavoro agile”.
MA CHE COSA PENSANO STUDENTI E GENITORI DI QUESTA SITUAZIONE?
In realtà basterebbe, ma pare non lo faccia nessuno, chiedere e discutere con i diretti interessati; credete che studenti e studentesse preferiscano rimanere in casa davanti ad un PC o, più spesso, ad uno smartphone per ore ed ore piuttosto che frequentare una scuola? Di più, credete che questo sarebbe un bene per loro? Avete chiesto alle famiglie cosa ne pensano? Avete parlato con i/le docenti per avere feedback reali? Sono evidentemente domande retoriche: basta il buon senso per rispondere.
Assodato che questa è solo una situazione di emergenza che non dovrà, da questo punto di vista, lasciare alcuna eredità, vogliamo mettere in evidenza come anche in questo caso le emergenze diventino subito occasioni per effettuare sperimentazioni, per far fare salti in avanti a logiche securitarie e di controllo, per introdurre “novità” al di fuori delle regole e degli schemi istituzionali e normativi, per verticalizzare le relazioni di potere e sperimentare nuove forme di dirigismo autoritario.
Rifiutiamo l’idea che a causa della pandemia le scuole diventino caserme o navi da guerra, non abbiamo bisogno né di capitani né di comandanti; non siamo disposti a dare spazio a retoriche patriottarde che mascherano intenti autoritari, così come non vogliamo dare spazio alle smanie di protagonismo e deliri di controllo messi in campo da svariati dirigenti e, purtroppo, anche alcuni/e nostri/e colleghi/e.
LA SITUAZIONE DI CRISI ESTREMA NELLE CARCERI
La dimostrazione di quanto andiamo dicendo è quello che accade, invece, in quel mondo alla rovescia che è il carcere, dove i detenuti, costretti ad una doppia reclusione a causa del COVID-19, non hanno più alcuna possibilità di avere contatti con i propri insegnanti cioè con chi ha, per nove mesi l’anno, il rapporto quotidiano più costante e diretto. I docenti sono stati fatti uscire dalle aule “ristrette” il 4 marzo e da allora non hanno avuto più alcuna possibilità di avere contatti con i propri studenti. Nonostante la Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 12 marzo scorso abbia previsto l’uso di Skype anche per riprendere i rapporti con gli alunni ciò si sta rivelando impossibile (manca il personale, mancano i computer, mancano gli spazi) e, al massimo, i docenti possono consegnare alle aree educative interne, materiale cartaceo. Come è facile capire, in celle affollate, senza illuminazione adeguata, in una condizione di ansia e con problematiche serissime da affrontare (tra cui quella sanitaria) difficilmente tale materiale potrà essere utilizzato, nonostante anche in carcere ci si diplomi e gli studenti maturandi non si sa, ancor più che nel “mondo di fuori”, quando e se potranno svolgere gli Esami di maturità. Dunque, proprio in carcere, dove il controllo dei detenuti è totale, salvo i momenti in cui tragicamente la “rivolta” si diffonde (e ricordiamo qui le 13 vittime dell’ultima protesta), l’utilizzo della didattica a distanza è, invece, praticamente inesistente, perché inutile nell’istituzione totale per eccellenza, dove il controllo è la norma.
LA CRISI: UN’OCCASIONE DI PROFITTO PER LE BIG-TECH?
C’è un altro aspetto di cui tenere conto in questa ubriacatura pseudotecnologica. Stiamo aprendo le porte ai giganti del big-tech, con la scusa del poco tempo, grazie anche ad accordi che da tempo stavano venendo avanti, le grandi corporazioni del cosiddetto big-tech [Google, Microsoft, Apple, ecc.] stanno entrando in pompa magna nel sistema scolastico. Consideriamo grave che, senza colpo ferire, senza un minimo di discussione, una fetta del sistema e dello stesso diritto all’istruzione (una grossa fetta se diamo retta ai paladini della d-a-d) venga acriticamente messa in mano di questi colossi multinazionali privati, famosi soprattutto per le loro capacità di estrarre profitto dalle nuove tecnologie e di evadere o eludere il fisco. Anche qui vediamo in azione i meccanismi della shock economy: sull’onda dell’emergenza si introducono senza confronto e senza discussione elementi di mercato e di omologazione, mentre al contempo si restringono gli spazi di democrazia. Dove sono finite tutte le riflessioni e i tentativi di introduzione del software libero? Dove finisce l’opposizione e la protezione dalle ingerenze di questi colossi multinazionali? Perché continuare ad aprire le porte della scuola alla società dei big-data, in mano alle corporazioni private, con tutti i pericoli del controllo continuo?
È assurdo costruire subito un sistema di comunicazione online gestito direttamente dalla Pubblica Amministrazione?
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