
L’incontro di giovedì 18 giugno è stato molto intenso e partecipato e la testimonianza di un giovane palestinese ha dato seguito a varie domande sulla situazione di Gaza oggi.
Il giovane ha raccontato come di Gaza oggi rimane soltanto una stretta fascia costiera sovraffollata, dove vivono più di due milioni di persone, la superficie di 365 chilometri quadrati adesso si è ridotta a meno della metà, le forze israeliane controllano militarmente gran parte del territorio comprese vaste aree del nord, Beit Lahia, Khan Younis, le zone di confine orientali e i valichi. A causa degli ordini di evacuazione forzata emessi dall’esercito israeliano, i gazawi sono costretti ad abbandonare le loro case nel giro di poche ore, la metà delle famiglie sono sfollate, costrette a vivere in tende fragili che non proteggono né dal caldo né dal freddo, tantomeno dai proiettili dei droni che colpiscono ripetutamente gli accampamenti. Ci sono ancora migliaia di dispersi sotto le macerie, circa diecimila persone. Il suo drammatico racconto ha reso ancora più chiaro l’intento genocidario di Israele, che ha distrutto quasi interamente edifici, abitazioni, scuole, ospedali, infrastrutture, che costringe una popolazione a sfollamenti continui, a lasciarsi alle spalle tutti i propri ricordi.
Nonostante tutto i gazawi in questi anni hanno ricevuto tramite internet le notizie dall’esterno e hanno saputo dei numerosi movimenti di solidarietà nati in tutto il globo, noi invece sappiamo molto poco di quello che succede a Gaza perchè tantissimi giornalisti sono stati uccisi e chiunque nella Striscia mette sui social immagini del genocidio sa di mettere a rischio la propria vita. Ha a spiegato i meccanismi economici in atto a Gaza, tra la drammatica riduzione degli aiuti internazionali e l’ingresso di merci soltanto da Israele a prezzi insostenibili per la popolazione. Con la guerra non c’è lavoro e anche i dipendenti dell’amministrazione palestinese non percepiscono più gli stipendi ogni volta che la struttura in cui lavorano (scuola, ospedale, etc..) viene distrutta. Ci ha raccontato anche della solidarietà dal basso che coinvolge tutte le famiglie che si autorganizzano per garantire dei servizi minimi e purtroppo anche della speculazione da parte di alcuni che si accaparrano i pochi aiuti che arrivano per rivenderli al mercato nero a prezzi proibitivi, con l’evidente collaborazione di Israele che colpisce chi cerca cibo per sfasmarsi e lascia indenni coloro che contribuiscono al clima di caos e distruzione.
Con la sua testimonianza ha ridimensionato l’eterno dibattito pro/contro Hamas spiegando che chiunque lavora per l’amministrazione palestinese è considerato membro di Hamas e quindi terrorista. Ha affermato il diritto dei palestinesi di decidere del proprio destino senza intromissioni dall’esterno. Ci ha messo in guardia dagli aiuti economici non finalizzati perchè spesso finiscono ad ingrassare il mercato nero. Ha messo in luce che quello che oggi noi possiamo fare è partecipare attivamente al boicottaggio economico di tutte le merci che arrivano da Israele e agire contro i nostri governi per costringerli a cambiare le loro politiche filosioniste. Qui alcune delle sue parole:
«La terra sulla quale camminavamo, coltivavamo e giocavamo durante la nostra infanzia non ci appartiene più.
Lo sfollamento forzato è diventato il nostro destino quotidiano.
Siamo costretti a lasciare le nostre case portando sulle spalle, dentro una borsa di plastica, tutti i ricordi di una vita.
Veniamo spostati da un quartiere all’altro, da una città all’altra, da una tenda all’altra, alla ricerca di una sicurezza che non troviamo mai.
Ogni strada è chiusa e ogni luogo che raggiungiamo diventa un bersaglio il giorno successivo.
Portiamo con noi i nostri bambini e i nostri anziani, lasciandoci alle spalle fotografie, diplomi e tutto ciò che testimonia la nostra esistenza.
Le tende non sono più un rifugio temporaneo, sono diventate la nostra intera vita.
Gaza è fatta di case che piangono, muri che crollano, corpi dilaniati, bambini uccisi, aerei da guerra che bombardano e cuori che resistono nonostante l’impossibile.
A Gaza una persona non muore una sola volta.
Muore cento volte al giorno.
Ogni volta che sente un’esplosione, ogni volta che squilla il telefono, ogni volta che una persona cara ritarda di un solo minuto.
A Gaza non c’è tempo per il lutto.
Dopo aver seppellito i nostri cari, torniamo subito a cercare acqua e cibo.
Noi non siamo numeri.
Siamo esseri umani.
Sogniamo, amiamo, abbiamo paura e resistiamo.
Abbiamo ereditato una sola certezza: il diritto non scompare con il passare del tempo, la memoria è una forma di resistenza e rialzarsi è un dovere, anche quando la notte sembra infinita.
Oggi sono qui davanti a voi e non vi chiedo compassione. Vi chiedo una sola cosa:
Non dimenticateci.
Gaza non morirà.
Perché Gaza non è fatta di pietre e di muri.
Gaza è fatta di persone.
Finché ci sarà respiro dentro di noi, la Palestina vivrà e Gaza rimarrà».
GAZA VIVE, VIVA GAZA
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