
L’interruzione che lo scorso 19 luglio ha colpito i sistemi informatici di mezzo mondo [Cina, Russia e tutti coloro che non utilizzano il software di sicurezza CrowdStrike per gli host Windows ne sono rimasti indenni] ha riportato alla ribalta dell’attenzione mondiale uno dei principali rischi della concentrazione nelle mani di pochissime aziende private del mercato mondiale dell’informatica, di cui anche i sistemi scolastici sono una parte non residuale della clientela, specialmente dopo la pandemia.
Come commenta Denis “Jaromil” Roio su Wired, “Le soluzioni a questo pasticcio non possono essere dei rattoppi. Abbiamo bisogno di un cambiamento sistemico nel settore della sicurezza informatica. Le soluzioni ci sono: come l’adozione di software libero e a codici aperti, una forma di trasparenza dovuta alla serietà dell’adozione di un programma un po’ ovunque”.
Ma, purtroppo, nella scuola già al tempo del primo lockdown nel 2020 il Ministero piuttosto che favorire e potenziare la decennale esperienza e sperimentazione già realizzata con la Rete GARR [“unica rete nazionale della ricerca e facente parte della rete della ricerca europea GÉANT”, d.lgs. n. 218/2016], di cui peraltro fa parte, incrementando la partecipazione delle scuole, preferì lasciare spazio alle iniziative e alle offerte dei soliti noti operatori commerciali privati.
Si rinunciò così ad ampliare una rete progettata su misura. “Per rispondere al meglio alle esigenze più specifiche di quanti lavorano nella comunità dell’istruzione, della ricerca e della cultura GARR è in grado di progettare soluzioni di rete e servizi personalizzati. Il modello di governance GARR favorisce l’inclusività e coinvolge gli utenti nelle decisioni sulle evoluzioni future della rete e delle infrastrutture digitali. Diversamente da quanto avviene con i provider commerciali, gli utenti sulla rete GARR non sono solo fruitori di dati, contenuti e servizi ma grazie ad essa sono in grado di renderne disponibili di nuovi a beneficio della comunità scientifica, diventando elementi attivi”.
Allo stesso modo non ebbe la meritata diffusione un’esperienza come quella del Progetto FUSS che, nelle scuole pubbliche in lingua italiana della Provincia di Bolzano [ma non solo], permette da quasi 20 anni a migliaia di studenti, docenti e ATA di svolgere le proprie attività in assoluta autonomia, utilizzando software libero, risparmiando sulle licenze, sviluppando le proprie applicazioni didattiche, ma soprattutto senza dipendere dall’insondabile funzionamento delle piattaforme gestite dai colossi multinazionali dell’informatica che forniscono rigidi prodotti preconfezionati e costosi, a cui scuole, docenti e studenti possono solo adeguarsi.
In un settore come quello dell’istruzione in cui sarebbe necessario agire con consapevolezza e libera possibilità di scelta, cosa possiamo fare come studenti, famiglie, docenti e ATA?
Sicuramente, dobbiamo continuare a riflettere su tutti i rischi legati all’uso delle tecnologie informatiche, dall’erosione della libertà d’insegnamento al conformismo indotto dall’IA, dallo sfruttamento dei dati sottratti a famiglie, studenti e dipendenti inconsapevoli alle conseguenze comportamentali indotte [QUI il nostro ultimo Convegno CESP sull’argomento], ma dobbiamo anche esigere che gli strumenti che utilizziamo siano etici, capaci di favorire la libertà di insegnamento e il libero accesso alla conoscenza e all’informazione, che non creino nessun ostacolo all’istruzione, nessun vantaggio per chi può permettersi un software rispetto a chi non può farlo, nessuna imposizione rispetto alle applicazioni da utilizzare.
Sistemi che garantiscano affidabilità, sostenibilità ed efficienza: permettendo l’accesso alla rete e ai servizi con continuità, condividendone la proprietà e il controllo diretto; che sappiano rispondere proattivamente alle esigenze, in costante evoluzione, delle istituzioni coinvolte, senza condizionamenti del mercato e da urgenze di profitto; con servizi di trasferimento dei dati trasparente rispondenti al principio di neutralità con simmetria di comunicazione e accesso garantito in ogni punto della rete.
Possiamo e dobbiamo contribuire a evitare l’esasperata centralizzazione a cui stiamo assistendo, perché come scrive Maurizio “Graffio” Mazzoneschi, del Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche – C.I.R.C.E., sulle colonne del Manifesto, “Probabilmente una sana biodiversità tecnologica avrebbe garantito una mitigazione del problema causato da un errore in un software. Se le aziende colpite dal problema avessero usato antivirus e sistemi operativi diversi, l’impatto dell’aggiornamento con errore sarebbe stato minore… Forse è arrivato il momento di sottrarre alle grandi compagnie private il potere di decidere come devono funzionare le tecnologie digitali e restituire questo potere alla sfera pubblica“. Forse? No! È certo… e dipende anche da noi.
A partire dalla necessità di riaprire nelle nostre scuole una discussione critica sull’uso di queste tecnologie – non come è successo per l’approvazione dei progetti finanziati dal PNRR, quando tutto è stato adottato a “scatola chiusa” – proponendo in collegi e consigli d’istituto l’utilizzazione di sistemi informatici veramente rispettosi della libertà d’insegnamento e della libertà di apprendimento.
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