CCNL Scuola. L’ILLUSIONE DEGLI AUMENTI STIPENDIALI
Dopo oltre 6 mesi di attesa, ieri giovedì 18 gennaio 2024 è stato finalmente sottoscritto definitivamente il nuovo CCNL, già scaduto il 31.12.2021.
Giornali e comunicati sindacali hanno sbandierato aumenti medi di oltre 100€ mensili per il personale docente e ATA, magari dimenticando di precisare che questa cifra ingloba l’aumento già avuto a fine 2022.
Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza sugli effettivi incrementi stipendiali previsti da questo nuovo contratto.
Oltre la ridicola Una tantum [63,84€ per i docenti e 44,11€ per gli ATA] prevista dall’art. 75, l’art. 74 del CCNL prevede un aumento di alcune voci contrattuali “a valere dal 2022”, davvero singolare per un contratto scaduto già il 31.12.2021 [780€ annui per l’indennità del DSGA; da 10,30 a 16,10€ mensili per la RPD e da 6,70 a 7,40 mensili per il CIA] e finalmente – dopo oltre 15 anni – l’art. 80 prevede un aumento, questo addirittura “a valere dal 1° gennaio 2024”, di solo il 10% [ma per i “funzionari” di oltre il 20%] dei compensi orari per le attività aggiuntive, ma questo senza aumentare il F.I.S., in questo modo il risultato sarà quello di diminuire le ore da svolgere. Analogo il caso delle posizioni economiche del personale ATA: l’art. 79 aumenta i compensi [+100€ prima posizione e +200€ seconda posizione], ma non l’aumento delle risorse complessive. Così si determinerà un minor numero di “posizioni”, specialmente quelle dei collaboratori scolastici.
Comunque, la situazione salariale continua a essere quella che denunciamo da anni e che ha determinato la situazione sintetizzata dalla tabella sottostante, il personale docente e ATA ha perso decine di punti percentuali di potere d’acquisto, il DSGA ha faticosamente mantenuto il proprio, mentre è stata “premiata” la figura del dirigente scolastico, garante della trasformazione della Scuola da istituzione pubblica a soggetto para-imprenditoriale.

D’altronde l’OCSE [vedi la seguente tabella] rileva, in questo stesso arco di tempo, un decremento complessivo dei salari che non si riscontra in nessun altro paese e che certifica gli effetti negativi delle politiche economiche che in questi ultimi decenni hanno colpito i redditi dei lavoratori dipendenti, facendoci pagare i costi di tutte le crisi che si sono susseguite.

Infine, anche l’impietoso confronto tra i salari dei docenti italiani e la media OCSE [Tabella D3.1] lascia pochi dubbi sullo scarsissimo riconoscimento che il nostro lavoro riscuote presso i nostri Governi e tra le organizzazioni sindacali che continuano a sottoscrivere CCNL che determinano questo progressivo impoverimento delle nostre retribuzioni.

Ecco il frutto dell’accettazione della logica della compatibilità economica da parte delle organizzazioni sindacali “rappresentative” che di fatto dagli anni ’90 in poi impedisce qualsiasi conflitto sulla parte economica della contrattazione. Il 12 giugno 1990 viene inoltre approvata la legge 146 [definita legge anti Cobas] che pone una serie di limiti all’indizione degli scioperi. In particolare nella scuola impedisce il blocco degli scrutini, strumento che aveva consentito il ciclo di lotte degli anni 1986 – 1988. Infine, gli accordi del 31 luglio 1992 tra OO.SS. e Confindustria eliminano definitivamente la scala mobile dall’aumento retributivo [nel Pubblico Impiego Indennità Integrativa Speciale – IIS che ancora appare nei nostri cedolini] lasciando alla sola “concertazione” il compito di adeguare [di “migliorare” non se ne parla proprio] le nostre condizioni economiche all’aumento del costo della vita.





il confronto non riguarda il passaggio dalla lira all’euro e neanche la successione dei diversi CCNL ma piuttosto cosa è accaduto al nostro potere di acquisto in questa trentina d’anni
Buongiorno.Non è che si capisce molto bene della tabella sulla differenza di aumenti prima e dopo l’euro e/ o prima e dopo gli aumenti degli ultimi contratti firmati…saluti Capitanio Marco