MERITOCRAZIA. Disintossichiamoci

Disintossichiamoci – Sapere per il futuro. Una proposta
DI AA.VV.

Dopo il nostro appello di qualche tempo fa (vedi), anche all’interno dell’Università è emersa, finalmente, una forte critica contro i sistemi standardizzati di valutazione che limitano la libertà d’insegnamento.

Pubblichiamo di seguito l’appello/proposta già postato on line sul blog roars.it, dove potete leggere tutti i nomi dei sottoscrittori, a cui hanno aderito molti docenti universitari ed ha trovato eco in giornali come il Corriere e Repubblica.

Disintossichiamoci – Sapere per il futuro
“Economics are the methods. The object is to change the soul”. Riferita alle politiche della conoscenza, istruzione e ricerca (ma non soltanto), questa formula di Margaret Thatcher ben riassume il processo che ha contraddistinto gli ultimi decenni.

Il metodo economico, la penuria come condizione normale, al limite o al di sotto del limite della sopravvivenza, è visibile a tutti. Anche ben visibile, insieme a quello finanziario, è lo strangolamento burocratico. Meno visibile l’obiettivo. Il cambiamento degli animi è così profondo che non ci accorgiamo nemmeno più della distruzione compiutasi intorno e attraverso di noi: il paradosso della fine – nella “società della conoscenza” – di un mondo dedicato alle cose della conoscenza. Anche l’udito si è assuefatto a una programmatica devastazione linguistica, dove un impoverito gergo tecnico-gestionale e burocratico reitera espressioni dalla precisa valenza operativa, che però sembra essere difficile cogliere: miglioramento della qualità, eccellenza, competenza, trasparenza, prodotti della ricerca, erogazione della didattica… E autonomia, ovvero – per riprendere le parole di Thomas Piketty – l’impostura che ha avviato il processo di distruzione del modello europeo di università. Una distruzione che ha assunto come pretesto retorico alcuni mali – reali e no – della vecchia università, ma naturalmente senza porvi rimedio, perché non questo ma altro era il suo obbiettivo.

A trenta anni appunto dall’introduzione dell’autonomia, a venti dal processo di Bologna, a dieci dalla “Legge Gelmini”, la letteratura critica su questa distruzione è sconfinata. Ricerca e insegnamento – è un fatto, eppure sembra un tabù esplicitarlo – da tempo non sono più liberi. Sottoposta a una insensata pressione che incalza a “produrre” ogni anno di più, a ogni giro (da noi VQR, ASN ecc) di più, la ricerca è in preda a una vera e propria bolla di titoli, che trasforma sempre più il già esiziale publish or perish in un rubbish or perish. Nello stesso tempo, è continua la pressione ad “erogare” una formazione interamente modellata sulle richieste del mondo produttivo. La modernizzazione che ha programmaticamente strappato l’università via da ogni “torre di avorio” – facendone “responsive”, “service university” – ha significato non altro che la via, la “terza via”, verso il mondo degli interessi privati. Svuotate del loro valore, istruzione e ricerca sono valutate, vale a dire “valorizzate” tramite il mercato e il quasi-mercato della valutazione, che, nella sua migliore veste istituzionale, non serve ad altro che «a favorire (…) l’effetto di controllo sociale e di sviluppo di positive logiche di mercato» (CRUI 2001).

Proprio grazie all’imporsi di queste logiche di mercato, la libertà di ricerca e di insegnamento – sebbene tutelata dall’art. 33 della Costituzione – è ridotta oramai a libertà di impresa. Il modello al quale le è richiesto sottomettersi è un regime di produzione di conoscenze utili (utili anzitutto a incrementare il profitto privato), che comanda modi tempi e luoghi di questa produzione, secondo un management autoritario che arriva ad espropriare ricercatori e studiosi della loro stessa facoltà di giudizio, ora assoggettata a criteri privi di interna giustificazione contrabbandati per oggettivi. Si tratta di numeri e misure che di scientifico, lo sanno tutti, non hanno nulla e nulla garantiscono in termini di valore e qualità della conoscenza. Predefinire percentuali di eccellenza e di inaccettabilità, dividere con mediane o prescrivere soglie, ordinare in classifiche, ripartire in rating le riviste, tutto questo, insieme alle più vessatorie pratiche di controllo sotto forma di certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni ecc., ha un’unica funzione: la messa in concorrenza forzata di individui gruppi o istituzioni all’interno dell’unica realtà cui oggi si attribuisce titolo per stabilire valori, ossia il mercato, in questo caso il mercato globale dell’istruzione e della ricerca, che è un’invenzione del tutto recente.

Là dove infatti tradizionalmente i mercati non esistevano (istruzione e ricerca, ma anche sanità, sicurezza e così via), l’imperativo è stato quello di crearli o di simularne l’esistenza. La logica del mercato concorrenziale si è imposta come vero e proprio comando etico, opporsi al quale ha comportato, per i pochi che vi hanno provato, doversi difendere da accuse di inefficienza, irresponsabilità, spreco di danaro pubblico, difesa di privilegi corporativi e di casta. Tutt’altro che il trionfo del laissez faire: un “evaluative State” poliziesco ha operato affinché questa logica venisse interiorizzata nelle normali pratiche di studio e ricerca, operando una vera e propria deprofessionalizzazione, che ha trasformato studiosi impegnati nella loro ricerca in entrepreneurial researcher conformi ai diktat della corporate university. A gratificarli una precarietà economica ed esistenziale che va sotto il nome di eccellenza, la cornice oggi funzionale a un “darwinismo concorrenziale” esplicitamente teorizzato e, anche grazie alla copertura morale offerta dall’ideologia del merito, reso forzatamente normalità.

Sono in molti ormai a ritenere che questo modello di gestione della conoscenza sia tossico e insostenibile a lungo termine. I dispositivi di misurazione delle performance e valutazione premiale convertono la ricerca scientifica (il chiedere per sapere) nella ricerca di vantaggi competitivi (il chiedere per ottenere), giungendo a mettere a rischio il senso e il ruolo del sapere per la società. Sempre più spesso oggi si scrive e si fa ricerca per raggiungere una soglia di produttività piuttosto che per aggiungere una conoscenza all’umanità: “mai prima nella storia dell’umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi” (Alvesson et al., 2017). In questo modo la ricerca si condanna fatalmente all’irrilevanza, dissipando il riconoscimento sociale di cui finora ha goduto e generando una profonda crisi di fiducia. È giunto il momento di un cambiamento radicale, se si vuole scongiurare l’implosione del sistema della conoscenza nel suo complesso. La burocratizzazione della ricerca e la managerializzazione dell’istruzione superiore rischiano di diventare la Chernobyl del nostro modello di organizzazione sociale.

Quel che serve oggi è quindi riaffermare i principi che stanno a tutela del diritto di tutta la società ad avere un sapere, un insegnamento, una ricerca liberi – a tutela, cioè, del tessuto stesso di cui è fatta una democrazia – e per questo a tutela di chi si dedica alla conoscenza. Serve una scelta di campo, capace di rammagliare dal basso quello che resiste come forza critica, capacità di discriminare, distinguere quello che non si può tenere insieme: condivisione ed eccellenza, libertà di ricerca e neovalutazione, formazione di livello e rapida fornitura di forza lavoro a basso costo, accesso libero al sapere e monopoli del mercato.

In questa direzione si delineano alcune tappe.

La prima è una verifica dell’effettiva sussistenza e consistenza di questo campo. Un progetto non può avanzare se non si raggiunge una massa minima di persone disposte ad impegnarvisi.

Se c’è un’adeguata adesione preliminare – diciamo in termini simbolici 100 persone per partire – organizziamo un incontro a breve per ragionare su politiche radicalmente alternative in fatto di valutazione, tempi e forme della produzione del sapere, reclutamento e organizzazione.

In prospettiva, realizziamo a giugno un’iniziativa in concomitanza con la prossima conferenza ministeriale del processo di Bologna, che quest’anno si tiene a Roma, per avanzare con forza – in raccordo con altri movimenti europei di ricercatori e studiosi (già sussistono contatti in questo senso) – un ripensamento delle politiche della conoscenza.

hanno promosso:

Valeria Pinto
Davide Borrelli
Maria Chiara Pievatolo
Federico Bertoni

hanno aderito finora oltre 1.000 docenti universitari

per adesioni: sapereperilfuturo@gmail.com, specificando l’università di appartenenza

CONVEGNO CESP PALERMO 21 febbraio 2020

Convegno di Aggiornamento/Formazione con esonero dal servizio per il personale ATA, DOCENTE, DIRETTIVO, ISPETTIVO, della Scuola pubblica statale

 

“Progettazione educativa

e didattica della scuola”

 

venerdì 21 febbraio 2020 ore 8.30 – 14.00

 

I.I.S.S. “G. Damiani Almeyda – F. Crispi”

largo Mineo, 4 (ex piazza Campolo) Palermo

 

Dalle ore 8.30 alle ore 9.00: registrazione delle presenze

RELAZIONI

La carta d’identità della singola scuola: il PTOF

Prof.ssa Marzia Bellomo. Docente


La costruzione del curricolo verticale secondo le Indicazioni Nazionali

Prof.ssa Maria Rosa Turrisi. Esperta in processi educativi

Strategie per l’apprendimento

Prof. Maurizio Muraglia. Docente e formatore


DIBATTITO E CONCLUSIONI

Modera: Prof.ssa Rosalba Rinaudo. CESP Sicilia

LOCANDINA DEL CONVEGNO

MODELLO PER LA RICHIESTA DI ESONERO

MODULO ONLINE ISCRIZIONE CONVEGNO

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L’accesso al convegno è gratuito e avviene previa iscrizione con procedura online all’indirizzo www.cobasscuolapalermo.wordpress.com/cesp/

Il CESP è Ente accreditato per la formazione/aggiornamento del Personale della scuola D.M. 25/07/06 prot.869 e Circ. MIUR prot. 406 del 21/02/06. La partecipazione ai Convegni e seminari dà diritto, ai sensi degli art. 63 e 64 del CCNL 2006/2009, all’esonero dal servizio. Sarà rilasciato attestato di partecipazione.

CONVEGNO CESP PALERMO 23 gennaio 2020

MODULO ISCRIZIONE ONLINE

LOCANDINA DEL CONVEGNO

MODELLO PER RICHIESTA DI ESONERO

MATERIA ALTERNATIVA ALLA RELIGIONE. Guida e FAQ

Con l’imminente inizio delle lezioni non facciamoci cogliere impreparati sull’ora alternativa all’insegnamento della religione cattolica.

Non dimentichiamo che anche il tribunale di Padova ha sancito il principio che l’attivazione dell’ora alternativa «è un obbligo» in capo alle SCUOLE.

Informazioni in questa pagina e in particolare consultando queste FAQ.

Facciamo valere i nostri diritti e quelli di studenti e studentesse.

LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO E DELIBERE COLLEGIALI. L’OPZIONE DI MINORANZA. Vademecum e materiali

Potete scaricare un VADEMECUM e altri MATERIALI

PECORE NERE. Cos’è e come ricorrere all’opzione metodologica di minoranza

di Serena Tusini – dal Giornale COBAS n. 6

Quando i costituenti scrissero l’art. 33 della Costituzione (“L’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”), avevano chiarissimo il ruolo decisivo che la scuola aveva avuto nella fascistizzazione della società italiana; con questo articolo non consegnavano un’individuale libertà al singolo docente come lavoratore, ma ponevano il pluralismo e la libertà di insegnamento a garanzia della democrazia di un’intera società.

Che fine ha fatto oggi la libertà di insegnamento? Certo non è stata abolita per legge (né sarebbe possibile, visto che è inscritta nella Costituzione) e nemmeno si sta tornando al libro unico di era fascista, ma è indubbio che da diversi anni stiamo assistendo ad un’omologazione decisa e voluta dall’alto, calata sul mondo della scuola sotto la spinta del pensiero unico neoliberista, nel quale il principio dell’azienda è il principio di base, anche valoriale, di un’intera società e dunque anche della scuola; tutto ciò non è stato sostenuto solamente da provvedimenti normativi stringenti, ma è stato soprattutto implementato da pressioni costanti e fortissime che hanno trasformato giorno dopo giorno l’azione didattica e le finalità della scuola pubblica.

Ecco alcune direttrici di tali stravolgimenti “a bassa intensità”:

1. il caso più eclatante sono i quiz Invalsi, i cui effetti sulla standardizzazione della didattica sono ormai patrimonio critico comune tra la maggioranza dei docenti e non solo;

2. i libri di testo sono ormai praticamente tutti sovrapponibili: che distanza dalla libertà di insegnamento che il singolo docente 15-20 anni fa esprimeva scegliendo il manuale da adottare, quando i testi erano diversificati per metodi e contenuti della materia di insegnamento; questo ha avuto come logica conseguenza che i presidi hanno ottenuto in molte scuole con estrema facilità che i testi fossero uguali per tutte le sezioni;

3. le prove per classi parallele sono state inserite in moltissimi PTOF, con un effetto deleterio molto simile ai quiz Invalsi, spingendo cioè verso una competizione sterile tra docenti che non tiene conto delle effettive differenze presenti tra le singole classi e tra i diversi approcci didattici;

4. libri di testo, presidi, indicazioni ministeriali spingono sempre più verso una didattica delle competenze che stravolge senso, direzione e finalità dell’atto educativo, tanto che chi continua a fare scuola concentrandosi sulla trasmissione profonda dei saperi viene giudicato un passatista;

5. programmazioni di dipartimento che pretenderebbero di sostituirsi alle programmazioni delle singole classi, come se queste non fossero composte da individui singoli portatori di singole potenzialità e/o difficoltà che dovrebbero essere al centro dell’attività di programmazione del singolo docente (anch’esso un individuo con le sue peculiarità pedagogiche);

5. ossessive griglie di valutazione standardizzate per materie, come se l’atto valutativo fosse un semplice atto meccanico, nel quale il percoso soggettivo dello studente e del docente scompaiono completamente;

6. corsi di formazione, spesso uguali ogni anno, che spingono i docenti ad allontanarsi sempre più dai contenuti delle loro discipline a favore di una didattica incentrata esclusivamente sulle metodologie, come se la conoscenza profonda degli argomenti fosse diventata secondaria e quasi facoltativa;

7. burocratizzazione delle difficoltà degli alunni attraverso sterili e spesso dannose certificazioni BES, che mettono da parte la questione centrale (le risorse economiche necessarie per aiutare fattivamente questi alunni) e che pretendono di considerare le difficoltà come patologie;

8. percorsi di alternanza scuola-lavoro che stanno imponendo alla scuola italiana il paradigma del “capitale umano”, trasformando gli alunni da cittadini in formazione a lavoratori (precari) in addestramento;

9. un’ossessiva spinta verso l’utilizzo didattico delle nuove tecnologie, quando ormai molti studi stanno rilevando come esso abbia abbassato i livelli e la qualità dell’apprendimento.

Tutto questo, dicevo, è avanzato nelle singole scuole senza imposizioni forzate (ad esclusione forse dei quiz Invalsi, che infatti hanno trovato una resistenza culturale molto forte a livello dei singoli docenti), come se fosse una libera scelta della scuola stessa; i presidi, anch’essi sottoposti a sistematici condizionamenti ideologici da parte dei loro superiori, hanno portato queste questioni nei Collegi Docenti nei quali, complice la passività di tanti insegnanti, si è votato a maggioranza o all’unanimità determinando così un progressivo stravolgimento dell’attività didattica quotidiana, stravolgimento spesso accompagnato da una serie infinita di incombenze burocratiche che tali pratiche portano con sé.

Paradossalmente la scuola italiana, dopo il periodo fascista, non era stata mai così uniformata e centralizzata se non all’apparire dell’autonomia: non sarebbe stato il Ministero ad imporre il “cambiamento”, ma le scuole stesse avrebbero sposato le linee centralizzanti che i presidi erano incaricati di far passare nelle scuole. E così oggi le scuole “autonome” sono praticamente tutte uguali, i PTOF sono di fatto sovrapponibili e le “mission” della scuola rispondono sempre più chiaramente ai desiderata di Confindustria.

Ma la libertà di insegnamento non si può abolire, perché è inscritta appunto nella Costituzione. E infatti tutti i governi in ogni riforma della scuola sono stati costretti ad inserire un breve comma, che lascia aperta la possibilità per il singolo docente o per gurppi di docenti di dissentire rispetto a quanto deciso dalla maggioranza dei colleghi e inserito nel PTOF. Si tratta della cosidetta “opzione di minoranza” o “opzione di gruppi minoritari” che fu introdotta in seguito a un ricorso avviato contro l’antenato del PTOF che allora si chiamava Piano Educativo d’Istituto: il giudice riconobbe, proprio in virtù dell’art. 33 della Costituzione, che nessuna decisione maggioritaria di un Collegio dei Docenti poteva sopprimere la libertà di insegnamento del singolo e dunque, da allora, fino alla famigerata L. 107/2015, i legislatori “riformatori” della scuola sono stati costretti ad inserire una clausola che salvaguardasse la libertà d’insegnamento. Infatti attualmente il comma 14 della L. 107 a proposito del PTOF, recita: “Esso comprende e riconosce le diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi minoritari”.

Dunque ogniqualvolta si presenteranno in Collegio delle proposte che non condividiamo nel merito e/o nel metodo, possiamo/dobbiamo utilizzare questa clausola, facendo mettere a verbale la nostra contrarietà sui singoli punti e facendo valere questo comma 14 che altro non è che l’eredità lasciata dai nostri Costituenti al libero lavoro dei docenti italiani nella libera scuola della nostra Repubblica.

ESAME DI STATO: UN’ULTERIORE BANALIZZAZIONE

È VERAMENTE “NUOVO” L’ ESAME DI STATO DEL GOVERNO LEGA-CINQUE STELLE?

NO all’ulteriore banalizzazione dell’esame

NO a stravolgimenti in corsa

Ritiro dei decreti

La domanda posta non è irrilevante se si vuole comprendere il significato di questa ulteriore riforma apportata al sistema d’istruzione in cui, come accade nel nostro paese, i governi in carica rivendicano il valore delle loro scelte politiche presentandole puntualmente come un novum.
Diciamo da subito che di novum non si tratta e che la riforma dell’esame delle scuole superiori non è nient’altro che il compimento della legge 13 luglio 2015, n. 107 (la cosiddetta “Buona Scuola” di Renzi) e del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62 approvato dal governo Gentiloni.

Che non si tratti di un novum d’altronde è lo stesso ministro Bussetti a sostenerlo se afferma: “Non è nuova maturità perché è presente all’interno del decreto legislativo del 2017. Noi l’abbiamo aggiustata”.
Non ci aspettavamo niente di diverso, noi che non abbiamo mai creduto alla propaganda del governo in carica quando dichiarava di volere addirittura cancellare l’intera legge 107. Sull’Esame di Stato la legge non è stata cancellata, ma portata a compimento, ponendo al centro del percorso di formazione la didattica per competenze, la standardizzazione dell’insegnamento e della valutazione, l’alternanza scuola-lavoro. Per cui il sistema d’istruzione sarà orientato a formare individui funzionali alle esigenze delle imprese e del mercato e non più cittadini consapevoli, autonomi nel pensiero e nell’azione, soggetti in grado di decodificare la realtà e di incidere su di essa.

La nostra critica al nuovo Esame di Stato pertanto rientra a pieno titolo nella nostra opposizione complessiva al totale smantellamento della scuola pubblica, in passato mezzo di emancipazione sociale e strumento di esercizio di partecipazione politica e di democrazia, per tanti e tante.
La novità rimarcata dal ministro, la millantata eliminazione dell’alternanza scuola-lavoro e delle prove Invalsi (in realtà come requisiti di ammissione per ora sono stati solo prorogati all’anno prossimo), non è elemento sufficiente a modificare questo giudizio.

L’alternanza scuola-lavoro, cacciata dalla porta dei requisiti per l’ammissione e giustamente ridimensionata nel quantitativo di ore obbligatorie, rientra infatti dalla finestra del colloquio, la cui seconda parte sarà incentrata, non a caso, sulla discussione intorno alle esperienze di alternanza; inoltre, le attività di alternanza entrano nel curriculum dello studente.

Quanto all’Invalsi, la proroga del relativo svolgimento come requisito di ammissione all’esame risulta ben poco significativa se si considera che la somministrazione dei quiz di Italiano, Matematica e Inglese in quinta resta “attività ordinaria” (come ha ribadito una circolare Invalsi del dicembre 2018); inoltre, la standardizzazione dei processi di valutazione nell’ottica di una didattica per competenze è rafforzata dall’imposizione di griglie nazionali standardizzate per la correzione delle prove scritte. Infine, resta confermato che i quiz Invalsi non servono solo alla valutazione di sistema, ma anche alla valutazione individuale degli studenti (con i conseguenti effetti retroattivi sulla didattica); infatti, è rimasto in vigore l’art. 21 del d.lgs n. 62/2017, che prevede che gli esiti individuali delle tre prove entrino nel curriculum dello studente, allegato al diploma, “per attestarne i livelli di apprendimento e di competenze” e che le Università, nella loro autonomia, possano usarli per decidere dell’ammissione nei corsi a numero chiuso. L’imposizione della didattica delle competenze, attraverso la svalutazione delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive e critiche degli studenti, giunge a compimento con un esame che è costruito sull’evaporazione delle “materie” e dei saperi disciplinari. Viene imposta retroattivamente – modificando l’esame finale dei corsi di studio – una restrizione della libertà di insegnamento e un disciplinamento del lavoro dei docenti, mirato ad una didattica ministeriale, quella delle competenze, che è già fallita dove è stata imposta da anni, in particolare negli USA e nel mondo anglosassone.

A proposito di prove scritte

Che conoscenze e capacità cognitive non siano più l’obiettivo del nostro sistema d’istruzione lo si evince anche dall’eliminazione della terza prova già prevista dal governo Gentiloni. Non abbiamo nostalgie per una prova che era stata presentata come interdisciplinare e che ben presto si è rilevata una sommatoria di quesiti a risposta aperta sugli argomenti più disparati, e nei casi peggiori un quizzone a crocette, ma la sua eliminazione comunque determina una svalutazione dei contenuti delle materie non oggetto delle due prove scritte residue. Nella stessa direzione va l’eliminazione della traccia di argomento storico dalla prima prova scritta, anche qui con l’effetto retroattivo della svalutazione della storia. Non a caso il linguista Serianni, presidente della commissione che ha elaborato i nuovi quadri di riferimento per la prima prova, ha esplicitamente dichiarato che la modifica della prova finale serve per costringere i docenti a riorientare la didattica degli anni precedenti dalle conoscenze alle competenze.

Infine, per la seconda prova scritta sono previste prove miste su due discipline, la cui fusione e prevedibile semplificazione risulta assolutamente “calata dall’alto” ad anno scolastico inoltrato e senza alcun coinvolgimento dei docenti e nessuna considerazione, né alcun riscontro nel percorso formativo degli allievi. A tale scopo il Ministero ritiene sufficienti simulazioni programmate per i mesi di febbraio e aprile che saranno pubblicate sul sito del MIUR nei giorni previsti a conferma della volontà di condizionare la didattica attraverso la valutazione, in piena continuità con i precedenti governi con “buona pace” del tanto sbandierato “cambiamento”.

Rischiatutto sbarca al colloquio dell’Esame di Stato!

In passato il colloquio partiva dalla cosiddetta “tesina” proposta dallo studente o dalla studentessa.
Dal punto di vista psicologico, trattandosi di un lavoro preparato dal candidato, questa modalità aveva il pregio di rassicurarlo in un momento che spesso è caratterizzato da tensione e ansia. Modalità che comunque poteva avere un valore significativo, dal punto di vista formativo, poiché con la “tesina” il candidato aveva la possibilità di esprimere la propria soggettività, esibire i propri interessi, elaborare in maniera autonoma e critica le conoscenze apprese nel proprio percorso di studi.
Tutto questo è stato cancellato ed al suo posto è stato introdotto un colloquio che ha i tratti del grottesco. Con il nuovo esame, infatti, i candidati saranno ridotti a partecipanti di un gioco a quiz e saranno chiamati ad estrarre una busta tra varie contenenti argomenti e documenti preparati dalla commissione esaminatrice. Per ogni classe bisognerà predisporre due buste in più rispetto al numero dei candidati in modo da farle “ruotare”, avendo cura che la stessa “batteria” non capiti a più di un candidato!
Eraclito aveva affermato che “il corso del mondo è un fanciullo che gioca ai dadi”. Con le buste al posto dei dadi i nostri maturandi affronteranno uno dei momenti più significativi e delicati della loro vita. Chi avrà più fortuna? Chi avrà meno fortuna? Il caso chi favorirà? Con quale spirito i candidati incerti sulle risposte affronteranno il resto del colloquio?
Ma, soprattutto, viene meno il ruolo della Commissione che, sulla base delle indicazioni dei membri interni e degli stessi risultati delle prove scritte, poteva strutturare il colloquio calibrandolo sulle diverse capacità cognitive dei vari candidati. Come a Rischiatutto si correrà il rischio che un percorso interdisciplinare difficile capiti a ragazzi con un curriculum incerto o che candidati con una buona preparazione non abbiano la possibilità di evidenziare le proprie capacità. Il risultato pratico molto probabilmente sarà che le Commissioni si adatteranno a preparare argomenti e percorsi semplificati, con un’ulteriore banalizzazione dei contenuti. È evidente l’obiettivo tendenziale del sorteggio e della stessa standardizzazione della valutazione: svalutare il lavoro del docente, preparando il terreno a prove a distanza programmate e gestite da un computer, come peraltro già avviene in tanti concorsi.

A sostenere e a dare fiducia ai candidati subentrerà la seconda parte del colloquio, quella dedicata all’alternanza scuola-lavoro, che ora si chiama “percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Anche se in tanti, alunni/e compresi/e, ammettono che in molti casi si è trattato solo di lavoro gratuito senza formazione effettiva e/o collegamento specifico con l’indirizzo di studio, con sottrazione di tempo alla didattica, di certo su questo tema nessuno resterà muto. Amenità, luoghi comuni, celebrazione di quest’esperienza non si risparmieranno!

Quanto alla terza parte, oggetto del colloquio saranno tematiche attinenti a “cittadinanza e costituzione”, una parte che lascia alquanto perplessi dal momento che tali tematiche, di certo importanti, fino ad ora non sono state trattate come pure avrebbero meritato, anche a causa del taglio delle ore dell’insegnamento di storia e di diritto – economia, introdotto dalla Gelmini e dalla riduzione di ore che l’insegnamento in generale, a seguito proprio della legge 107, sta subendo.
Se aggiungiamo poi che il nuovo Esame di Stato è piovuto addosso alle scuole nel mese di gennaio, dopo che per anni, e per i mesi dell’anno in corso, si è lavorato per prepararsi ad un esame finale che si svolgeva secondo modalità differenti, il quadro della sciatteria di questo governo è completo.
I Cobas, che da sempre lottano per una scuola veramente formativa, contro le insulsaggini confindustriali dei quiz, dell’alternanza scuola/lavoro, delle competenze al posto delle conoscenze e dello sviluppo delle capacità cognitive, invitano docenti, studenti, genitori ad organizzarsi e a mobilitarsi contro questa pseudoriforma dell’esame di Stato, a chiedere al Ministero l’immediato ritiro dei decreti n. 769 del 26/11/2018 e n. 37 del 18/01/2019 e a rivendicare l’inizio di una aperta e condivisa discussione sul cambiamento degli esami finali nel contesto di una reale riforma della scuola.

Diplomate Magistrali: due parole su chi danneggia i bambini

Diplomate Magistrali: due parole su chi danneggia i bambini

In risposta al comunicato del Coordinamento nazionale Scienze della Formazione primaria Nuovo Ordinamento con il sostegno del Coordinamento nazionale dei presidenti di Scienze della Formazione primaria, pubblicato da Corrado Zunino, ci sembra doveroso fare alcune puntuali osservazioni.

Intanto, a  nostro modesto parere, è molto grave offendere e screditare senza fondata giustificazione il lavoro e la formazione di migliaia di insegnanti, già umiliate da una vita da precarie svolta da anni, con retribuzioni al di sotto della media europea (senza considerare i ritardi dei pagamenti), ma che continuano a svolgere con passione e senso civico il proprio lavoro.

Quindi una premessa sulla situazione generale della scuola italiana: alunne e alunni della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, fino a un paio di decenni fa, ottenevano risultati eccellenti nei test internazionali (su cui sarebbe comunque da discutere) mentre nella scuola secondaria, dove non erano presenti “maestrine diplomate” ma docenti laureati, i risultati erano drasticamente peggiori. Quindi di per sé avere o no una formazione universitaria non è automaticamente garanzia di qualità dei percorsi di insegnamento/apprendimento ma dovremmo invece avviare una seria riflessione sui fondamenti delle attuali scelte pedagogiche e sul loro allineamento alle scelte economiche dominanti. Pensiamo ad esempio all’utilizzo di termini sovrapposti a quelli del linguaggio del mercato (“crediti formativi”) o ai livelli di competenza del tutto calibrati con il quadro di riferimento delle competenze economiche europee.

Il peggioramento della qualità dell’insegnamento di questi ultimi anni (sempre attenendosi ai criteri opinabili dell’Ocse) è determinato da cambiamenti legislativi che hanno di fatto reso la scuola primaria un luogo in cui, nonostante le “belle parole” sull’inclusione, sui bisogni educativi, ecc., sia di nuovo difficile avere strumenti concreti di intervento. Citiamo, solo a titolo esemplificativo, i tagli agli organici e la fine di fatto delle compresenze, i tagli al sostegno, le classi “pollaio”, le continue divisioni delle classi, la difficoltà di attivare sezioni a Tempo Pieno, l’ossessione delle “prove oggettive”, ecc.

Una domanda ci sorge spontanea a questo punto: ma mentre i vari governi e ministri che si sono succeduti in questi ultimi vent’anni hanno letteralmente massacrato dalle fondamenta le possibilità di intervento  educativo e didattico serio e realmente equo nella scuola di base, dove stavano i Presidenti delle Facoltà di Scienze della Formazione Primaria? Forse tra quelli che la scuola “l’hanno vista solo sui libri”?

Quindi è molto più semplice, autoassolutorio e fuorviante cercare un capro espiatorio: le diplomate magistrali! Tra l’altro va molto di moda continuare a far contrapporre i lavoratori tra di loro (in questo caso diplomate e laureate) piuttosto che riconoscere ed ammettere che le riforme scolastiche degli ultimi anni hanno prodotto solo disastri.

Ma ora vediamo: di cosa saremmo colpevoli noi maestre?

  1. I ricorsi

Molte di noi sono state inserite per anni in graduatorie dei “non abilitati” nonostante il possesso di un titolo riconosciuto dallo stesso stato italiano come abilitante. Di fatto siamo state costrette, per questo, a rivolgersi ai tribunali perfino europei. Cosa avremmo dovuto fare davanti all’evidente torto subito se non ricorrere alla Giustizia?

  1. La preparazione

Non siamo “ignoranti con il pedigree”, offesa del tutto gratuita. Il lavoro quotidiano nella scuola obbliga a percorsi formativi continui oltre al fatto che molte di noi hanno proseguito i propri studi con altri percorsi universitari in quanto la laurea in Scienze della Formazione è di recente costituzione (primo anno accademico 1999). Forse gli estensori della lettera ci accusano di non  essere state “formate da loro”? Speriamo che non siano arrivati a questo punto di autoesaltazione da modello pedagogico unico!

  1. La proprietà di linguaggio.

Scrivere in lingua italiana non ci preoccupa, compiliamo tutti gli anni numerosi incartamenti: registri, relazioni, programmazioni ecc… ed anche moduli per accertare i tirocini dei laureandi in Scienze della Formazione Primaria!

  1. Il servizio

Qui siamo al paradosso. È ben noto a tutti che c’è un enorme problema in gran parte d’Italia nel reclutare docenti, nel reperire personale e non solo nella Primaria. Però i docenti sono “adeguati” a lavorare a Tempo Determinato anche 20 anni ma sarebbero inadeguati se assunti a Tempo Indeterminato!

  1. I concorsi

Su questo aspetto ci sarebbe da aprire un intero capitolo. Sorvoliamo sugli aspetti noti e penosi delle raccomandazioni. Restiamo nel merito. Come si valuta se un candidato al concorso sia in grado di insegnare? Argomento complesso e spinoso. Di certo non può essere un modello il concorso 2012 calibrato esclusivamente su competenze informatiche. Ma, in ogni caso, chi decide che cosa deve sapere un docente, con quali capacità riesce ad interagire per mettere a disposizione le sue conoscenze, quali capacità relazionali deve possedere? Ed anche: deve rapportarsi ai modelli di competenza-competizione o a quelli di collaborazione e di team-teaching?

Non è certo questo il luogo per rispondere a tutte queste domande. Vogliamo solo sollecitare l’apertura di un confronto, anche serrato, ma serio e costruttivo, evitando la trappola della contrapposizione diplomate-laureate su cui da troppo tempo giocano coloro che nei governi degli ultimi anni hanno chiaramente dimostrato di non avere a cuore né gli interessi della scuola né i diritti di chi ci lavora.

Per questo proponiamo invece di promuovere iniziative in comune su questi temi:

  • fine delle classi “pollaio”! Max 15 alunni per classe
  • incremento classi a tempo pieno
  • ore effettive di compresenza
  • scuole sicure ed a norma
  • dotazioni informatiche e tecnologiche adeguate
  • continuità del corpo docente
  • formazione in servizio (anche attraverso l’istituzione dell’anno sabbatico)

       Diplomate Magistrali COBAS

Libertà di insegnamento e “opzione di minoranza”

A questo link potete trovare i materiali utili alla campagna che come Cobas abbiamo avviato sulla libertà di insegnamento.

Crediamo che da ormai troppi anni ci sia una pressione molto forte portata nei Collegi dai presidi per uniformare l’attività didattica, attraverso strumenti di standardizzazione che, oltre ai quiz Invalsi, si concretizzano in griglie di valutazione uguali per tutti, prove per classi parallele, formazione imposta e spesso ripetitiva, ecc.

Tra i materiali trovate una riflessione sulle ragioni di questa nostra campagna.

Vi invitiamo però anche ad agire, utilizzando lo strumento perfettamente legale dell’opzione di minoranza, di cui si trovano – sempre nei materiali – alcuni esempi, oltre che un vademecum sul loro utilizzo.

Vi invitiamo dunque a presentare le opzioni di minoranza e a diffondere questo strumento tra i vostri colleghi.

Per tutte le informazioni potete consultare il sito e fare riferimento alle nostre sedi

ATTACCO ALLA L. 104. LE LINEE GUIDA DEL DECRETO SULL'”INCLUSIONE”

Attacco alla 104, smantellamento del GLHO, via libera ai tagli dell’organico di sostegno, medicalizzazione della didattica e svalutazione dei docenti

E in aggiunta, potere valutativo dell’Invalsi e superpoteri ai genitori che decideranno della continuità lavorativa dei docenti

Al MIUR in questi giorni fervono i lavori per il varo delle Linee guida attuative del Decreto legislativo n. 66/2017 sulla cosiddetta “inclusione“. Si prepara l’attuazione di una delle peggiori riforme promosse dalla legge 107: l’attacco al sostegno e alla meritoria “via italiana” al diritto allo studio per le studentesse e gli studenti disabili nelle scuola pubblica.

L’applicazione del Decreto legislativo 66/2017 con il varo delle Linee guida:

1) svilirà una delle poche leggi valide della storia della Repubblica la n. 104/1992, abolendone articoli fondamentali fra cui quelli sulla presenza del GLHO (Gruppo di lavoro operativo sull’“handicap”, che metteva  insieme tutti gli attori in campo a discutere del futuro didattico e di vita dello studente) in fase di stesura del PDF (il Profilo dinamico funzionale, anche quello abolito), ristabilendo un fantasma di GLHO a requisiti ridotti solamente nell’ultima fase, quello della stesura del PEI (il Piano educativo individualizzato);

2) impedirà che in sede di compilazione del PEI sia determinato da tutta l’équipe del GLHO (come è avvenuto finora) il numero di ore di sostegno: fase che rappresenta l’unica garanzia contro i tagli;

3) permetterà a una sequela di sedicenti “esperti”, e soprattutto dirigenti scolastici, e alla fine gli USR, di decidere quante ore di sostegno si potranno assegnare a ogni scuola: si immagina con quali limiti di spesa e libertà di valutazione didattica della quantificazione dell’organico;

4) annullerà, all’interno del gruppo che redigerà il nuovo “Profilo di funzionamento”, il ruolo dei docenti, finanche di sostegno: potrà partecipare solo un “rappresentante dell’amministrazione scolastica, individuato preferibilmente [sic!] tra i docenti della scuola frequentata”, per cui l’ex-PDF, da documento medico-didattico che era, diventerà documento solo medico;

5) promuoverà l’INVALSI con il ruolo (scippato al gruppo che redige il PEI) di ente valutatore della capacità “inclusiva” della scuola e dei suoi insegnanti;

6) affiderà ai genitori (che giustamente nel vecchio GLHO collaboravano, al pari degli altri, alla costruzione del futuro scolastico dello studente) l’unico potere che non dovevano avere: quella di decidere del futuro lavorativo dei docenti di sostegno. Ai genitori sarà infatti affidato, in nome della “continuità”, il potere di “consigliare” la permanenza o meno nella scuola di un docente precario di sostegno, con conseguenze pesantissime sulla capacità valutativa e sulla libertà d’insegnamento di chi sarà sottoposto a questo ricatto sul posto di lavoro. Depotenziando così l’unica soluzione praticabile e giusta: assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti e disponibili.

Il Decreto legislativo 66/2017 è stato accolto sin dalla sua approvazione sotto il dicastero Fedeli da un diluvio di critiche provenienti, oltre che dal CSPI-Consiglio superiore della Pubblica istruzione, da tante associazioni legate al mondo delle disabilità.

I decreti attuativi non sono documenti meramente tecnici, ma eminentemente politici. Vista l’attuale fase di transizione, e considerato anche che i termini di approvazione del Decreto, già ampiamente scaduti, sono stati ritenuti dalla stessa Ministra dell’ormai vecchio governo Gentiloni solamente “ordinatori”, come Cobas riteniamo oltretutto illegittimi e privi di qualsiasi mandato la convocazione e gli attuali “lavori in corso” degli organismi che stanno definendo le Linee guida del Decreto. Il MIUR fermi la sua corsa contro il tempo ed eviti di portare alle sue conseguenze più nefaste l’attuazione della 107! Da parte nostra continueremo a batterci per la completa abolizione del Decreto legislativo 66/107 come dell’intera legge 107 che lo ispira.

LA FARSA INVALSI

I QUIZ INVALSI ALLE MEDIE: UNA INTOLLERABILE FARSA CHE SCONVOLGE E DANNEGGIA GRAVEMENTE IL LAVORO SCOLASTICO

La scuola media italiana sta per affrontare i “nuovi” quiz INVALSI CBT (“Computer Based” svolti per via telematica): ma se i Signori Invalsi pensavano di riconquistare la fiducia dei docenti italiani eliminando i quiz dall’’esame e l’’umiliante lavoro di tabulazione che verrà fatto in automatico dai computer, hanno veramente sbagliato, perché mai come quest’’anno i quiz sono sentiti come un pesantissimo intralcio alla normale attività didattica e come uno tsunami che sta investendo la quotidiana organizzazione delle scuole.

Il dott. Ricci, responsabile INVALSI, si lamenta in una sua recente letterina di alcuni organi di stampa che insisterebbero troppo sulle difficoltà che le scuole stanno affrontando e loda invece quelle scuole che “con fortissimo senso istituzionale stanno lavorando alacremente per predisporre le attrezzature informatiche che consentano lo svolgimento delle prove”. Non sapevano i Signori Invalsi che i pc disponibili non sarebbero bastati per tutti gli alunni? Non sapevano che la qualità della connessione nelle scuole italiane (ma nel paese in generale) è più che deficitaria? Non sapevano che ormai le classi sono talmente numerose che le aule di informatica non sono fruibili nemmeno per la normale attività didattica? Lo sapevano, eccome se lo sapevano,… infatti danno le loro cattedratiche diposizioni: gli alunni possono svolgere i quiz anche a gruppi; se dovesse mancare la connessione, è possibile interrompere la prova e riprendere con “prova nuova” (e se mancasse due o più volte?); è necessario affiancare al docente somministratore un docente esperto di tecnologie.… Ma se sapevano tutto questo, non immaginavano il caos che avrebbero prodotto?

Dove sono tutti questi docenti a disposizione nelle scuole? Non ci sono e così i presidi stanno commettendo tutta una serie di illegittimità di cui potrebbero essere chiamati a rispondere: prolungamento arbitrario dell’’orario di lavoro per docenti e ATA (in violazione del CCNL), prolungamento arbitrario di obbligo di frequenza per gli alunni (senza nessuna delibera degli organi competenti), migrazione di intere classi in altri plessi o addirittura in altri Istituti, smistamento programmatico delle classi e/o entrate e uscite con perdita delle ore di lezione, modalità di copertura delle assenze del personale non contemplate dalla normativa e che si configura a tutti gli effetti come interruzione di pubblico servizio. Non si vergognano i Signori Invalsi? Credono di scaricare tutte queste responsabilità sui presidi e, a cascata, sui docenti italiani? Oppure contano effettivamente su questo? Sul “senso istituzionale” di chi a scuola ci vive davvero? Continuano a scavare un solco che diventa sempre più profondo con il mondo della scuola.

Perché è già chiaro a tutti che si sta producendo un disservizio prolungato mai visto nella scuola italiana e di cui i Signori Invalsi come al solito non si curano affatto, lontani come sono dalla realtà concreta e quotidiana delle scuole. E tutto questo non per una sola giornata, ma per tutti i giorni delle prove (che variano da scuola a scuola a seconda dei potenti mezzi informatici disponibili) che da quest’’anno sono tre (italiano, matematica, inglese). Un vero e proprio caos che in alcune scuole si protrarrà anche per più di due settimane e che intaccherà non solo le classi terze, ma i problemi organizzativi finiranno per interrompere l’’attività didattica anche nelle altre classi. In un paese normale si parlerebbe di interruzione di pubblico servizio, mentre ai Signori Invalsi pare tutto sia permesso.

Parlare di rilevazione “oggettiva” in queste condizioni è veramente ridicolo: alunni che svolgeranno le prove in orari diversi, in date diverse, con alle spalle programmi svolti in maniera disomogenea, con pc che in qualche caso funzioneranno e in altri no, con tempi di somministrazione che non saranno in grado di funzionare sempre e garantire i fatidici 90 minuti a prova; e se non bastasse i nostri alunni sosterranno non un’’unica prova uguale per tutti, ma prove diversificate (ci saranno prove random che però non saranno infinite e che circoleranno da subito e sulla cui equiparazione senz’’altro si potranno avanzare molti dubbi).

In realtà il subbuglio che si sta vivendo nelle scuole certifica, in questo caso certamente in modo oggettivo, il grado di condizionamento negativo che l’INVALSI e le sue ideologiche ed antiscientifiche metodiche esercitano sulla didattica e sull’organizzazione stessa delle scuole.

E secondo i Signori Invalsi le scuole dovrebbero poi tenere conto di questi risultati? Confrontarli tra scuola e scuola? E basare su di esse i propri piani di miglioramento? E sarebbero queste le misurazioni delle famose “competenze”? Un quiz e via? Mentre nei corsi di aggiornamento (anche questi spesso senza retribuzione) continuano a inculcarci una misurazione delle competenze di lungo periodo?

Ormai l’’INVALSI è alla farsa e come tale va considerato: un carrozzone pubblico che continua a distruggere la scuola italiana e che va al più presto abolito.

Ma al di là del caos organizzativo restano ferme e preponderanti le critiche ad un sistema di valutazione degli apprendimenti mirato in modo preminente all’’accertamento dell’’acquisizione di competenze addestrative decontestualizzate, mettendo in secondo piano tutto ciò che non è misurabile, ma che costituisce il cuore del nostro fare scuola: cogliere i nessi, sviluppare analisi in profondità, confrontare tesi diverse sullo stesso argomento, sviluppare una visione di insieme dei fenomeni, contestualizzare….

Ma quello che non si può contare, conta nella formazione dei nostri studenti come cittadini consapevoli e non solo come forza lavoro precaria e flessibile che deve rapidamente imparare, deve saper fare diversi lavori e poi rapidamente abbandonarli per impararne altri, senza chiedersi per chi, come e per quale scopo si produce. Non dimentichiamo che i quiz Invalsi puntano esplicitamente a condizionare la didattica con effetti retroattivi, sia tramite il Sistema nazionale di valutazione sia con l’’inserimento dei risultati delle prove di ogni studente, distinti per ogni disciplina, nella certificazione delle competenze che lo accompagna dopo l’’Esame di terza media e del suo curriculum dopo l’’Esame di Stato. Per cui i quiz Invalsi avranno (stanno già avendo) effetti negativi sulla qualità della scuola pubblica italiana, come peraltro è già avvenuto all’’estero.

Invitiamo tutti i docenti e il personale ATA a dichiarare la propria indisponibilità ad arbitrari (e spesso nemmeno retribuiti!) prolungamenti di orario. Nemmeno un’’ora per la farsa INVALSI!