Fallisce il “Liceo del Made in Italy”

FALLISCE IL “LICEO DEL MADE IN ITALY”

ANCHE GLI ISTITUTI TECNICI DI 4 ANNI + 2 RESTANO FERMI AL PALO

FAMIGLIE PIÙ LUNGIMIRANTI DEL GOVERNO MELONI

Il nuovo raffazzonato liceo, denominato come un marchio di origine di un paio di scarpe o di una cucina, il Liceo del Made in Italy è tecnicamente fallito. Solo 420 iscritti/e nelle 114 scuole autorizzate dal MIM – meno di 4 a scuola – di cui 17 in Sicilia [3 Agrigento, 2 Caltanissetta/Enna, 3 Catania, 3 Messina, 2 Siracusa, 2 Trapani, e solo 1 a Palermo e Ragusa].
Questo fallimento lo abbiamo auspicato e determinato in tutti i modi possibili. Non arriva, quindi, come una sorpresa.


L’impianto del Made in Italy si sviluppa all’interno di una visione autarchica e rigidamente identitaria della cultura e dell’educazione. Paradossalmente, mentre il  governo Meloni svende pezzi di Italia [le vendita della rete TIM e del Monte dei Paschi sono i casi più eclatanti], la scuola deve diventare la cassa di risonanza per esaltare il tricolore italico nella produzione di merci che, come oggi  sanno anche i bambini, ormai è legata al mercato globale.
Così, mentre la Scuola italiana affonda anno dopo anno a causa di tagli al personale,  classi pollaio, ridimensionamento delle istituzioni scolastiche,  precariato cronico e il 60% degli edifici scolastici non a norma, il governo Meloni aveva pensato bene di lanciare un’anacronistica e velleitaria “battaglia del grano” nel mondo della scuola per risollevare le sorti e il prestigio di un presunto marchio nazionale.
La battaglia del Made in Italy, così come la battaglia del grano, si è rivelata per quello che era: una scadente e pericolosa operazione di propaganda che avrebbe colpito duramente il mondo della scuola, cancellando posti di lavoro e imponendo una visione dell’educazione miope e asservita al potere economico e finanziario.
Con le loro decisioni, dapprima la stragrande maggioranza dei collegi docenti [che hanno bocciato il Made in Italy] e poi le famiglie italiane, hanno ribadito che la Scuola è, prima di tutto, un luogo di elaborazione critica dei saperi, di acquisizioni di strumenti cognitivi e culturali che possono far comprendere il presente e di cambiarlo, non certo di accettarlo supinamente e diventarne strumenti di propaganda. E così, seppure i licei rimangano la scelta preferita con il 55,63% delle iscrizioni, le famiglie hanno capito che questo “nuovo” percorso era solo una farsa.
Si aggiunge che il tutto è stato deliberato in gran fretta dagli organi collegiali, sulla base di un piano di studi parziale che indica solo le discipline previste per il primo biennio e senza sapere cosa accadrà nei restanti tre anni e con la rinuncia a un numero di classi prime pari a quelle attivate per il Made in Italy.
Nonostante ciò, già tra Natale e Capodanno in tutta Italia alcuni dirigenti sono partiti, lancia in resta, con la convocazione di collegi docenti da tenersi al rientro delle vacanze, altri dirigenti, invece, hanno proposto improbabili quanto illegittime consultazioni online. Dirigenti più realisti del re, visto che la Circ. MIM prot. n. 41308/2023 non indicava per le scuole alcun obbligo, ma solo la possibilità di attivare il nuovo piano di studi. Deliberare la nascita di un nuovo indirizzo, in tutta fretta, avendo a disposizione solo il piano di studi del primo biennio, senza essere consapevoli delle conseguenze a lungo termine sul piano didattico-educativo e su quello dei posti di lavoro, non solo risultava poco serio e professionale, ma addirittura autolesionista.

Una sorte simile al Made in Italy è toccata anche alla cosiddetta “filiera” tecnico-professionale a percorso breve, con sole 1.669 iscrizioni per i 172 istituti in tutta Italia che hanno deciso di aderire alla sperimentazione, con  una media di 9 iscritti per ogni scuola.

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